domenica 24 novembre 2019

Cristo Re dell'universo

«Dixit itaque ei Pilatus: “Ergo rex es tu?”. Respondit Iesus: “Tu dicis quia rex sum”». «Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici: io sono re”» (Gv. 18, 37). Gesù non rifiuta la regalità, non si schermisce, non teme il peso delle parole, non si sottrae all’«investitura», non insegna quella «falsa modestia», quella contraffazione dell’umiltà con le quali si evitano gli onori per non portarne gli oneri, o si professa un egualitarismo tanto infondato quanto solo ostentato.

Egli si dichiara, come uomo e come Dio, come uomo-Dio, «Re dell’universo». «Bestemmia», per il Sinedrio, perché si fa Dio; ma «bestemmia» anche per noi uomini d’oggi, così idolatri di libertà ed uguaglianza, perché si costituisce in autorità, perché pretende di «comandare». La sua regalità non può, infatti, essere quella di un moderno «re costituzionale», che regna ma non governa. Essa o è effettiva o non è. Può essere solo un’autentica sovranità: Gesù dichiara di essere il Signore. L’unico ed il solo: risponde al rappresentante del più potente sovrano, in quei luoghi ed in quei tempi, e mite, ma fermo, si proclama Re, dicendogli «tu stesso mi riconosci come Re», cioè «anche quel potere temporale che tu rappresenti mi è soggetto». Egli è davvero Dominus Iesus, il Signore Gesù.

martedì 29 ottobre 2019

Per il mese missionario

Da questo campo missionario, dove da mane a sera vivo tra pagani, dove vedo tutte le tenebre del paganesimo, non ho che ringraziare Dio per la luce del Vangelo da cui siamo illuminati. E con me dovrebbero ringraziare Dio anche tutte le persone tra le cui mani giunge questa precipitata relazione: oh sì, pregate, pregate sempre per le missioni e per i missionari, pregate per tutti questi milioni d'infedeli che vengono nell'ovile di Cristo dove solo è vita e verità. Noi soffriamo, lavoriamo, moriamo per la conversione di questo immenso popolo: siamo pronti a dare il sangue, come più di trenta l'hanno dato in questi ultimi anni, non temiamo le fughe precipitose, i nascondigli, le catene e le fucilate dei briganti o dei bolscevichi, a tutto siamo pronti per attirare alla Chiesa Cattolica infedeli e infedeli.

Queste le parole, oggi impronunciabili, di Mons. Gaetano Pollio (1911-1991) tratte da Diario del viaggio dall'Italia alla Cina, ovvero da Sorrento a Kaifeng, con-fine edizioni, 2019.

Mons. Pollio era originario di Meta di Sorrento. Fu missionario in Cina; arcivescovo di Kaifeng (Cina) dal 1946 al 1948, quando viene catturato dai comunisti e tenuto prigioniero fino al 1951 a regime durissimo; arcivescovo di Otranto dal 1960 al 1968; poi arcivescovo di Salerno dal 1969 al 1984.


mercoledì 23 ottobre 2019

Fu legale l'operazione?


In un villaggio di nome Levroux avendo voluto [Martino] ugualmente abbattere un tempio che una falsa superstizione aveva colmato di ricchezze, la folla dei pagani gli oppose resistenza [...]. E così si ritirò nelle immediate vicinanze; là per tre giorni, vestito del cilicio e coperto di cenere, in continui digiuni e orazioni, pregava il Signore, affinché la virtù divina distruggesse quel tempio, poiché la mano dell'uomo non aveva potuto abbatterlo. Allora si presentarono all'improvviso due angeli armati di lancia e di scudo a guisa di milizia celeste, dicendosi inviati dal Signore per fugare quella rustica moltitudine e portare aiuto a Martino, affinché nessuno, mentre il tempio veniva demolito, opponesse resistenza: ritornasse dunque e devotamente compisse l'opera intrapresa. Così riandato al villaggio [...] demoliva fin dalle fondamenta il tempio profano [e] ridusse in polvere tutte le are e le statue.

Tratto da Sulpicio Severo, Vita Sancti Martini [di Tours], XIV, cit. in Richard Fletcher (1944-2005), La conversione dell'Europa. Dal paganesimo al cristianesimo. 371-1386, trad. it. Tea, Milano 2003, p. 62.

Immagine: Ignoto, San Nicola distrugge gli idoli pagani, Monastero di Esphigmenou (Grecia)

venerdì 19 aprile 2019

La morte di Gesù e la discesa agli inferi

Per quanto riguarda la definizione della morte di Cristo, essa è stata in tutto una vera morte umana, quindi ha comportato la separazione dell’anima dal corpo, come mostrano i Vangeli dicendo che Gesù emise lo spirito dal corpo. Gesù è stato veramente morto per circa tre giorni1, fino alla risurrezione. Nello stato di morte, la sua natura umana ha conosciuto il paradosso2 che tutti i morti conoscono: la separazione dell’anima dal corpo. Nel caso unico di Gesù, però, l’anima e il corpo, pur separati tra loro, erano sempre l’umanità del Verbo, perché ipostaticamente uniti nella natura divina. Questo vuol dire che la natura umana di Gesù, anche nello stato di morte, è sempre la natura umana assunta dalla Persona del Figlio. Mentre durante la vita terrena (e dopo, nella vita risorta), anima e corpo sono uniti, e così li possiede la Persona divina, durante la morte il Verbo continua sempre ad assumerli, ma separatamente3. Il corpo morto di Cristo che sta nel sepolcro è sempre il corpo del Verbo e così l’anima. La morte di Gesù è stata vera morte, come sottolinea il Nuovo testamento enfatizzando che Egli fu <<sepolto>> (non si è trattato, quindi di una morte apparente). Il corpo del Signore viene sigillato nella nuda roccia di un sepolcro appena fuori di Gerusalemme e lì attende, incorrotto, la sua risurrezione.