domenica 4 novembre 2018

1948-1978. La guerra dei trent'anni contro l'Italia cristiana

Ricordiamo ai nostri amici l'importante appuntamento del terzo convegno "nazionale", edizione meridionale, “La sfida della storia, la risposta dell'eterno” sul tema "1948-1978. La guerra dei trent'anni contro l'Italia cristiana".

Sabato 17 novembre 2018 h. 17:00-20:00

Portici, Istituto delle Suore Missionarie Catechiste del Sacro Cuore, via Cassano 38

Interventi:

1. "1948-1976. La lunga marcia del Pci dall'egemonia al governo", Renato Cirelli;
2. "1968. Muore un italiano che ha resistito. Giovannino Guareschi", Corrado Gnerre;
3. "1970-1978. Dal divorzio all'aborto. La risposta dell'eterno, san Giovanni Paolo II", Giovanni Formicola.

venerdì 19 ottobre 2018

Servire il Vangelo della vita: a quarant'anni dall'elezione di Giovanni Paolo II


1. Il 1978 fu un anno speciale nella storia della Chiesa e nella storia d’Italia, quindi nella storia universale, anche in considerazione del carattere esemplare delle vicende della nostra patria, non da ultimo perché sede della Cattedra di Pietro.

1.1. L’elezione, appunto il 16 ottobre 1978, d’un Papa non italiano dopo quattrocentocinquantacinque anni (Adriano VI, olandese, 1522-23). Un Papa, per giunta, ch’era suddito dell’impero socialcomunista sovietico – viveva ed esercitava il suo ministero di vescovo in partibus infidelium, nel senso del sistema e del potere –, epperò in una terra speciale, la Polonia, punto di resistenza per la sua indomabile fedeltà alla Chiesa di Cristo, cattolica nel proprio midollo, nonostante gli sforzi secolarizzatori del regime comunista, che certo alla lunga i loro effetti li hanno avuti, ma molto meno che altrove.

1.2. Karol Wojtyła è chiamato dalla Provvidenza a guidare una Chiesa, nella sua componente umana, in ritirata, complessata, sempre più silenziosa e silenziata, attraversata dal dubbio e da una crisi dottrinale e pastorale assai grave, manifestata dalla cosiddetta scelta religiosa. Questa chiedeva al laicato cristiano di rinunciare, in quanto tale, alla presenza pubblica, perché essa avrebbe comportato divisioni, polemiche, una pretesa ideologizzazione del messaggio evangelico, dimenticando così che lo stesso Gesù aveva detto di sé che avrebbe portato divisione e non pace, e soprattutto mettendo da parte la regalità anche sociale di Cristo, ben ricordata al mondo intero dall’enciclica Quas primas di Pio XI, dell’11 dicembre 1925, che fra l’altro istituisce la solennità di Cristo Re. E infatti, nemmeno tre anni dopo l’inizio del suo pontificato, il Papa santo dovette amaramente dire che

«Bisogna ammettere realisticamente e con profonda e sofferta sensibilità che i cristiani oggi in gran parte si sentono smarriti, confusi, perplessi e perfino delusi, si sono sparse a piene mani idee contrastanti con la Verità rivelata e da sempre insegnata; si sono propalate vere e proprie eresie, in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confusioni, ribellioni, si è manomessa anche la Liturgia; immersi nel “relativismo” intellettuale e morale e perciò nel permissivismo, i cristiani sono tentati dall’ateismo, dall’agnosticismo, dall’illuminismo vagamente moralistico, da un cristianesimo sociologico, senza dogmi definiti e senza morale oggettiva. […] Oggi bisogna aver pazienza, e ricominciare tutto da capo, dai “preamboli della fede” fino ai “novissimi”, con esposizione chiara, documentata, soddisfacente» (Discorso Al Convegno nazionale “Missioni al popolo per gli anni 80”, 6 febbraio 1981).

Va perciò subito osservato che, alla stregua di tanto, il lungo pontificato di San Giovanni Paolo II (il terzo della storia, dopo quelli di Pietro e Pio IX) restituirà autorità alla sacra dottrina con il CCC e il suo alto Magistero, ed entusiasmo per sé alla Chiesa militante, liberandola da tanti complessi, anche se solo in parte e, ovviamente, non in modo definitivo.

2. Intanto nella storia nazionale si registra l’approvazione della nefanda legge 22 maggio 1978 n. 194, che legalizza e finanzia integralmente l’aborto, in modo sostanzialmente libero nei primi tre mesi di gestazione e con qualche pretesto nei mesi successivi. È il punto, fino ad allora, di maggiore apostasia da parte dello stato italiano – e poi da parte della stessa nazione, che confermerà nel 1981 con un voto plebiscitario l’aborto libero e gratuito – dalla propria tradizione e identità cristiane. In un certo senso un compimento di quella che altro non è se non la Rivoluzione anti-cristiana in Italia. Il diritto alla vita è conculcato dai pubblici poteri, che ne fanno cosa loro; il secondo albero del Genesi è attaccato. Questo terribile evento legislativo (dire legge è corrompere il termine), ch’è sottoscritto solo da esponenti della Dc – dal presidente della Repubblica ai membri del governo, il presidente del consiglio e i titolari dei ministeri competenti –, succede immediatamente al rapimento (16-3-1978) e poi uccisione (9-5-1978) da parte dei comunisti delle Brigate Rosse, del presidente della Dc, Aldo Moro, che durante il dibattito parlamentare aveva detto che la Dc non avrebbe fatto dell’aborto una questione politica, sì da interferire con il processo di formazione d’una nuova maggioranza parlamentare che includesse il Pci. E infatti, a latere, o dentro, questa drammatica vicenda si situa il voto di fiducia del Pci – proprio il giorno del rapimento di Moro, che con l’enfatizzazione dell’emergenza nazionale diede l’ultima spinta al governo di, cosiddetta, solidarietà nazionale – al quarto governo Andreotti. Così il Pci fa il suo reingresso nell’area di governo trentun’anni dopo la sua estromissione nel 1947. E se qualcuno opina che questo fu effetto del compimento non d’un altro momento della Rivoluzione in Italia, ma del processo di democratizzazione e occidentalizzazione del Pci, per meglio capire può essere sufficiente ricordare che Enrico Berlinguer, allora segretario generale del Pci e mito della sinistra mondiale, ancora nel 1977, in un discorso all’assemblea degli operai comunisti lombardi (Milano, 30-1-77), rispondeva «no», «a chi vuol portarci a negare quello che è stato la Rivoluzione di ottobre […], il ruolo che esercitano l’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti […]; a chi vuol portarci a negare il carattere socialista dei rapporti di produzione che esistono in quei paesi» (E. Berlinguer, Austerità. Occasione per trasformare l’Italia, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 59). E di quale segno fosse la trasformazione d’Italia di cui l’austerità imposta dalla crisi petrolifera poteva essere occasione, lo stesso non esitava a dirlo: «introdurre […] alcuni elementi, fini, valori, criteri propri dell’ideale socialista» (p. 25). Insomma, il socialismo reale era ancora per il Pci il mondo migliore, il paradiso in terra verso cui far marciare tutti i popoli che ancora non avevano la fortuna di appartenervi. E tutto questo mentre il Muro era ancora solido, i vopos sparavano su chi tentasse di passarlo, il GULAG triturava la vita di milioni di sventurati, e la catastrofe politica, economica e soprattutto antropologica provocata dal socialcomunismo, sia come ideologia che come sistema e potere, in pieno corso. E a chi eccepisse che si tratta di cose ormai passate, invito ad osservare come il comunismo sia crollato sul mondo, con le sue pesantissime macerie che ancora lo schiacciano e ci costringono a muoverci tra le rovine del relativismo e del nichilismo, che ne sono l’intima essenza. Divorzio e aborto in Italia, sono stati voluti, votati e sostenuti nei due confronti referendari del 1974 e 1981 da Pci e dalla sua potente macchina da guerra propagandistica.

Insomma, nel 1978, si era sulla soglia dell’Italia rossa e la Chiesa era, storicamente e sociologicamente parlando, all’angolo.

3. Il pontificato di san Giovanni Paolo II diede una svolta a questa storia, e l’impero rosso lo capì presto, tanto che dopo la visita pontificia in Polonia, che inspirò coraggio al popolo cattolico e fu l’inizio della fine per il regime locale e per l’intero sistema sovietico, intensificò la repressione in Polonia, però senza riuscire ad arginare il risveglio popolare e il suo rifiuto del comunismo, ed ordì un piano per uccidere il Papa, che culminò nell’attentato del 13 maggio (Madonna di Fatima!) 1981. Ma la santa Vergine portoghese era lì, e deviò la pallottola. Ma la svolta principale fu culturale e psicologica, oltre che ovviamente, spirituale.

San Giovanni Paolo II, in sintesi, consolidò quel che traballava e iniziò la ricostruzione di quel ch’era stato demolito. In particolare con le tre encicliche quadro del pontificato.

Veritatis splendor (1993), Evangelium vitae (1995) e Fides et ratio (1998).

Esse sono le encicliche che restaurano la cosa principale ch’era stata, se non perduta – in realtà non può perdersi mai definitivamente –, dimenticata. La visione metafisica e non storicistica del mondo. Le cose sono, più che divengono. E quindi la storia non tritura e partorisce verità relative, e perciò non è irreversibile nel suo preteso senso. Può esserci sempre un’alba dopo un tramonto, ch’è piuttosto un’eclissi. Così i princìpi della vita non mutano e per quanto non rispettati da molti o dai più, rimangono là, come luci che orientano il cammino, e attendono solo chi le prenda di nuovo sul serio. Allora si riteneva che il senso della storia fossero il comunismo e la modernizzazione – secolarizzazione – etica. E molti uomini di Chiesa, molti, moltissimi, fedeli si regolavano di conseguenza. Bisognava trovare un modus vivendi, e perciò eliminare dal campo chi, troppo rigido e poco incline a piegarsi al vento della storia, ostacolasse questo gigantesco compromesso. L’ostpolitik vaticana, la relativizzazione del dogma, della morale e la sostanziale secolarizzazione della liturgia, erano le risposte prevalenti nella Chiesa a questa supposta sorpresa di Dio, a questa nuova rivelazione data dai segni dei tempi storici, cioè umani, e quindi con fonte immanente e non più divina, trascendente la storia e le sensibilità soggettive.

Ma san Giovanni Paolo II si oppose e gridò ai cattolici, in realtà a tutto il mondo, non abbiate paura! Soprattutto non abbiate paura d’essere impopolari, sforzatevi di essere salutari, nel senso della salute eterna, vivendo e dicendo le verità di sempre per dare gloria alla Verità eterna.

4. Stasera ricordiamo in modo speciale l’enciclica sul valore e l’inviolabilità della vita umana, Evangelium vitae, del 25 marzo 1995.

Anzitutto essa rammenta che, «Pur tra difficoltà e incertezze, ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene, con la luce della ragione e non senza il segreto influsso della grazia, può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore il valore sacro della vita umana dal primo inizio fino al suo termine, e ad affermare il diritto di ogni essere umano a vedere rispettato questo suo bene primario» [n. 2].

Questa dimensione «naturale» della questione del diritto alla vita e della vita, dal momento del suo inizio a quello della sua fine, che comprende anche il «modo» in cui essa riceve l’inizio, la rende «questione politica». Infatti, essa è comprensibile ad ogni uomo, quale che sia il suo orizzonte religioso, e persino se non abbia un orizzonte religioso; inoltre, è questione umana per eccellenza, che interpella ogni uomo, e «di fronte alla quale» ogni uomo deve sentirsi posto. E considerata l’umana vocazione sociale, non può che riflettersi nell’ordinamento della città dell’uomo, della polis, e raggiungere appunto una dimensione «politica». L’Evangelium vitae ricorda che «sul riconoscimento di tale diritto si fonda l’umana convivenza e la stessa comunità politica» [n. 2], principio che la parte III dell’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede, Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione, Donum vitae, del 22 febbraio 1987, aveva già così definito: «Il diritto inviolabile alla vita di ogni individuo umano innocente, i diritti della famiglia e dell’istituzione matrimoniale […] sono elementi costitutivi della società civile e del suo ordinamento».

La dimensione politica della questione è riconosciuta anche da parte di chi ha una concezione diversa ed erronea del diritto alla vita e della vita, tanto che «larghi strati dell’opinione pubblica giustificano alcuni delitti contro la vita in nome dei diritti della libertà individuale e, su tale presupposto, ne pretendono non solo l’impunità, ma persino l’autorizzazione da parte dello Stato, al fine di praticarli in assoluta libertà ed anzi con l’intervento gratuito delle strutture sanitarie» [Evangelium vitae. n. 4].

D’altra parte, è anche vero, da un lato, che «la legislazione civile di numerosi Stati conferisce oggi agli occhi di molti una legittimazione indebita di certe pratiche» [Donum vitae, p. III]; e dall’altro, che «nella […] società altamente complessa le decisioni politiche permeano ogni settore della vita, e concorrono spesso ad indirizzare verso stili di vita sempre più lontani dal senso cristiano. […] Una fede socialmente irrilevante non sarebbe più la fede esaltata dagli Atti degli Apostoli e dagli scritti di Paolo e Giovanni» [san Giovanni Paolo II ai vescovi dell’Emilia Romagna in visita «ad limina apostolorum», 1 marzo 1991]. Perciò, se si negasse ogni rilevanza politica e culturale della fede cristiana e di un’etica naturale, allora «si aprirebbe la strada ad un’anarchia morale che non potrebbe mai identificarsi con nessuna forma di legittimo pluralismo. La sopraffazione del più forte sul debole sarebbe la conseguenza ovvia di questa impostazione» [CDF, Nota Dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica (Nota), n. 6].

Dunque, come ebbe solennemente a dire il cardinale Joseph Ratzinger nel suo intervento al Concistoro Straordinario che si svolse nella Città del Vaticano dal 4 al 7 aprile 1991, «non si tratta più di una problematica di morale semplicemente individuale, ma di una problematica di morale sociale, a partire dal momento in cui degli Stati e perfino delle organizzazioni internazionali, si fanno garanti dell’aborto o dell’ eutanasia, votano delle leggi che le autorizzano e pongono i mezzi a loro disposizione al servizio di coloro che li eseguono» [II], insegnamento ripreso e confermato da Evangelium vitae, n. 17, in cui si parla dei «cattivi maestri» che hanno avuto «il maggior successo possibile», sino a far sì che le minacce contro la vita non consistano più nei «Caino» che uccidono gli «Abele», ma che si debba parlare di minacce programmate in maniera scientifica e sistematica. «Il ventesimo secolo verrà considerato un’epoca di attacchi massicci contro la vita».

5. Sembra ormai chiaro il principio.

– La questione del rispetto dovuto alla vita ha di per sé dimensione pubblica, tanto che si può dire che una delle ragioni per le quali gli individui naturalmente si associano, si consorziano in comunità sempre più ampie, costituendo le loro «città» (termine il cui senso può essere esteso fino a descrivere con esso una compagine [governo, meglio impero] universale), è proprio per ottenere il rispetto e la tutela della propria incolumità, ed in ultima analisi della loro vita e della possibilità di condurla quanto più serenamente possibile fino al suo termine naturale.

Ed anche il fatto.

– È innegabile che quello della vita sia tema dominante e preoccupante, tanto che, per esempio, negli Stati Uniti è uno di quelli che caratterizzano le campagne elettorali: la questione della vita non è solo un problema di morale individuale, o, come si dice, «di coscienza», ma anche di «morale sociale», come affermato dal cardinale Ratzinger, quindi politica, quindi giuridica, se è vero – come è vero – che ubi societas (ed a fortiori, ubi civitas), ibi ius.

6. Il Catechismo della Chiesa Cattolica è il secondo ufficiale promulgato in duemila anni di storia (!), sebbene ve ne sia anche uno antichissimo, la Didachè, risalente al tempo fra la fine del I secolo e l’inizio del II, scoperto nel 1875, che già insegnava che «vi sono due vie, una della vita e l’altra della morte […] Non ucciderai, non farai perire il bambino con l’aborto né l’ucciderai dopo che è nato»). Esso, dal numero 2259 al 2283 tratta del rispetto dovuto alla vita umana, e quindi dichiara gravemente contrari alla legge morale, ma anche alla legge naturale cui si dovrebbe informare la legge civile, le pratiche dell’aborto e dell’eutanasia; dal numero 2373 al 2379, si occupa delle tecniche di procreazione artificiale, dichiarando anche queste immorali e contrarie all’ordine ed alla legge naturali. Tali principi sono ricavati – o sono stati confermati ed approfonditi – da altri documenti del Magistero, in particolare dalle già citate Istruzione Donum vitae ed enciclica Evangelium vitae. In modo speciale, poi, datata 24 novembre 2002, ma recentemente pubblicata con l’approvazione del Sommo Pontefice che così l’ha fatta propria, è stata messa a disposizione dei fedeli la Nota Dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, anch’essa già ricordata, che riassume e sintetizza, adattandolo alle esigenze del tempo presente, il Magistero su una vocazione che ha il senso di favorire la rilevanza pubblica della Fede, senza la quale questa rischia di trovare un terreno culturale, sociale e storico mal disposto, realizzazione «ambientale» della parte negativa dell’evangelica parabola del seminatore.

Ora, la Nota ricorda che vi sono materie che non tollerano pluralismo alcuno, ed esigono l’unità dei cattolici. Tra quelli indicati dalla Nota vi è «il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia (da non confondersi con la rinuncia all’accanimento terapeutico, la quale è, anche moralmente, legittima), che devono tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale. Allo stesso modo occorre ribadire il dovere di rispettare e proteggere i diritti dell’embrione umano» [n. 4].

Quest’insegnamento – che è fondato sui principi del diritto naturale, come tale vigente in ogni tempo ed in ogni luogo abitato dall’uomo – esclude che, ancorché sia stato posto democraticamente, il cattolico possa accettare «il diritto contro la vita», cioè la legalizzazione di pratiche abortive, eutanasiche o che vìolino il mistero della nascita e della formazione della vita, manipolandone le origini, gli esiti o utilizzando l’uomo all’inizio della sua esistenza, cioè allo stato di embrione, per finalità persino le più nobili, ma che comunque lo riducano al livello di «strumento».

Dunque, nemmeno la democrazia ha la capacità taumaturgica di sanare il male morale, trasformandolo in bene mediante le sue procedure. «[…] la democrazia non può essere mitizzata fino a farne un surrogato della moralità o un toccasana dell’immoralità. Fondamentalmente essa è un “ordinamento” e, come tale, uno strumento e non un fine. Il suo carattere “morale” non è automatico, ma dipende dalla conformità alla legge morale a cui, come ogni altro comportamento umano deve sottostare: dipende cioè dalla moralità dei fini che persegue e dei mezzi di cui si serve. […] il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove» [Evangelium vitae, n. 70].

Viene così condannata la «religione democratica» ed il suo postulato culturale, cioè il relativismo etico, che discende dalla negazione della verità per effetto dell’emancipazione della ragione da ogni autorità e tradizione, che induce ad un soggettivismo esasperato, travestito da primato della libertà e della coscienza: «Ogni volta che la libertà, volendo emanciparsi da qualsiasi tradizione e autorità, si chiude persino alle evidenze primarie di una verità oggettiva e comune, fondamento della vita personale e sociale, la persona finisce con l’assumere come unico e indiscutibile riferimento per le proprie scelte non più la verità sul bene e sul male, ma solo la sua soggettiva e mutevole opinione o, addirittura, il suo egoistico interesse e il suo capriccio» [Evangelium vitae n. 19]. 

Ritenere invece che «[…] l’alleanza fra democrazia e relativismo etico» [Veritatis splendor] sia assolutamente inevitabile, significa giungere all’«esito nefasto» di un diritto che «cessa di essere tale, perché non è più solidamente fondato sull’inviolabile dignità della persona, ma viene assoggettato alla volontà del più forte. In questo modo la democrazia, ad onta delle sue regole, cammina sulla strada di un sostanziale totalitarismo. Lo Stato non è più la “casa comune” dove tutti possono vivere secondo principi di uguaglianza sostanziale, ma si trasforma in Stato tiranno, che presume di poter disporre della vita dei più deboli e indifesi, dal bambino non ancora nato al vecchio, in nome di una utilità pubblica che non è altro, in realtà, che l’interesse di alcuni. Tutto sembra avvenire nel più saldo rispetto della legalità, almeno quando le leggi che permettono l’aborto o l’eutanasia vengono votate secondo le cosiddette regole democratiche. In verità siamo di fronte solo a una tragica parvenza di legalità» [Evangelium vitae n. 20].

Questo «sostanziale totalitarismo» conduce ad «un aumento prometeico di potere sulla natura umana, al punto che il codice genetico umano stesso viene misurato in termini di costi e benefici» [san Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti alla plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali (27 aprile 2001), n. 3].

Allora, l’uomo, vieppiù convinto dalla protezione e dalla malleveria delle leggi civili, «[…] chiuso nel ristretto orizzonte della sua fisicità, si riduce in qualche modo a “una cosa” e non coglie più il carattere “trascendente” del suo “esistere come uomo”. […] Egli si preoccupa solo del “fare” e, ricorrendo ad ogni forma di tecnologia, si affanna a programmare, controllare e dominare la nascita e la morte» [Evangelium vitae, n. 21]. Pretende così di sfuggire alla «domanda angosciante» sul senso dell’esistenza, sul senso di ogni esistenza umana, della sua, di quella degli altri, di quella ventura e di quella al tramonto, assicurandosi «un dominio quanto più completo possibile su questi due momenti chiave della vita, che cerca di trasferir[e] nella zona del fare. In tal modo l’uomo si illude di possedere se stesso, godendo di una libertà assoluta: egli potrebbe essere fabbricato secondo un calcolo che non lascia nulla all’incerto, nulla al caso, nulla al mistero» [card. J. Ratzinger, al Concistoro straordinario, V, 1]. «Si tratta […] di assicurarsi un dominio completo della procreazione, che respinge persino l’idea di un figlio non programmato» [V, 2].

«Le visioni di Huxley divengono decisamente realtà: l’essere umano non deve essere più generato irrazionalmente, ma prodotto razionalmente. Ma dell’uomo come prodotto dispone l’uomo. Gli esemplari imperfetti vanno scartati, per tendere all’uo-mo perfetto, sulla via della pianificazione e della produzione. La sofferenza deve scomparire, la vita deve essere solo piacevole. Tali visioni radicali sono ancora isolate, per lo più in molte maniere attenuate, ma il principio di comportamento, secondo cui è lecito all’uomo fare tutto ciò che è in grado di fare, si afferma sempre di più. […] così nascono nuove oppressioni, e nasce una nuova classe dominante. Ultimamente, del destino degli altri uomini, decidono coloro che dispongono del potere scientifico e coloro che amministrano i mezzi». [card. J. Ratzinger, discorso al seminario «Ambrosetti» a Cernobbio, settembre 2001].

Anche una mente non cristiana, o da un certo punto in poi della sua vita «non più» cristiana, ma comunque umanamente cosciente delle tragedie del nostro tempo, Martin Heidegger, consapevole della dimensione faustiana («In principio era l’azione», dichiara Mefistofele), da vero e proprio patto con il diavolo, del primato della téchne, del «fare», dell’azione, affermava nella sua Lettera sull’umanismo che l’uomo d’oggi piuttosto che chiedersi «che fare» avrebbe dovuto cominciare a porsi il problema di che cosa «non fare», di che cosa «lasciare in pace», di rispettare il mistero e la sacralità del creato, dell’uomo e della vita [cfr. M. Heidegger, Lettera sull’«umanismo», Adelphi, Milano 2000].

7. Mi pare ormai chiaro che, se «le varie tecniche di riproduzione artificiale […] riducono la vita umana a semplice “materiale biologico” di cui poter liberamente disporre» [Evangelium vitae n. 14], e che se aborto ed eutanasia si pongono in un rapporto di preteso dominio sulla vita e sulla morte, allora un diritto che non contrasti simili azioni, anche con «appropriate sanzioni penali» [Donum vitae p. III], meriti, anzi esiga, da parte dei cattolici – ma anche da parte di ogni uomo che sappia e voglia bene intendere e bene volere – l’«obbligo di reagire»: i cattolici hanno «il “preciso obbligo di opporsi” ad ogni legge che risulti un attentato alla vita umana» [Nota, n. 4], e così servire il Vangelo della vita.

Tale reazione, ch’è una resistenza attiva, ha come unico fondamento possibile la concezione secondo la quale «l’intangibilità della dignità umana dovrebbe diventare il pilastro fondamentale degli ordinamenti etici, che non dovrebbe essere toccato. Solo se l’uomo si riconosce come scopo finale e solo se l’uomo è sacro e intangibile per l’uomo, possiamo avere fiducia l’uno nell’altro e vivere insieme nella pace. Non esiste nessuna ponderazione di beni che giustifichi di trattare l’uomo come materiale di esperimento per fini più alti. […] questa dignità vale per ciascuno che abbia un volto umano e appartenga biologicamente alla specie umana. […] Anche l’essere umano sofferente, disabile, non ancora nato è un essere umano. […] a questo deve essere unito anche il rispetto per l’origine dell’uomo dalla comunione di un uomo e di una donna. L’essere umano non può divenire un prodotto. Egli non può essere prodotto, può solo essere generato» [Ratzinger a Cernobbio].

È un servizio che deve inoltre essere consapevole delle difficoltà del tempo nostro, che importa la necessità di un’azione tesa a «ottenere su tali punti essenziali il consenso più vasto possibile nella società, e a consolidarlo laddove esso rischiasse di essere indebolito e di venir meno» [Donum vitae, p. III]. Tale consenso oggi certamente non è maggioritario, il che esige da parte nostra, nel quadro della Opzione Benedetto, come cattolici, ma non solo, un’instancabile ed ininterrotta opera di formazione culturale e d’informazione (ma meglio sarebbe dire «contro-formazione» e «contro-informazione») capillare sull’esigenza di riconoscere i diritti fondamentali di ogni umana convivenza, ed ai quali lo Stato, l’ordinamento, la città debbono protezione, perché possono solo «riconoscerli», mai «concederli» e men che meno negarli o anche solo limitarli. «Fra tali diritti fondamentali bisogna a questo proposito ricordare: 1. il diritto alla vita e all’integrità fisica di ogni essere umano dal momento del concepimento alla morte;  2. i diritti della famiglia e del matrimonio come istituzione e, in questo ambito, il diritto per il figlio a essere concepito, messo al mondo ed educato dai suoi genitori» [Donum vitae p. III]. Il pluralismo delle opinioni e delle tendenze, che caratterizza la nostra società postmoderna e culturalmente dis-omogenea, impone inoltre che, in vista del «bene possibile» (per esempio anche solo emendare una legge contro la vita, allorché sia ben noto l’impegno integrale per la vita del politico che opera [Evangelium vitae n. 73]), sia «la prudenza cristiana, che è la virtù propria del politico cristiano, ad indicargli come comportarsi per non venir meno, da una parte, al richiamo della sua coscienza rettamente formata, e non mancare, dall’altra, al suo compito di legislatore. Non si tratta, per il cristiano di oggi, di uscire dal mondo in cui la chiamata di Dio l’ha posto, ma piuttosto di dare testimonianza della propria fede e di essere coerente con i propri principi, nelle difficili e sempre nuove circostanze che caratterizzano l’ambito della politica» [san Giovanni Paolo II, Giubileo dei politici, n. 4]. Ma la pluralità d’opinioni, ed anche il fatto che le sue siano minoritarie, non potrà mai impedire – e neppure impedirsi – al cattolico in quanto tale di avanzare le sue proposte e di battersi per esse. Sia perché egli non è meno cittadino degli altri, sia perché queste, seppure nutrite e rese più chiare dalla Fede, non si fondano solo su di essa, ma sull’evidenza razionale dei diritti dell’uomo e delle esigenze del bene comune, che mai possono tollerare che l’uomo sia violato e strumentalizzato foss’anche – ma lo è davvero? – a fin di bene. Nessuno può dire chi è uomo e chi non, quando lo si diventa o quando si cessa di esserlo, pena il pretendere una signoria sull’umano che solo i mostruosi Stati totalitari del secolo scorso hanno affermato e praticato. «Nel contempo, invocando ingannevolmente il valore della tolleranza, a una buona parte dei cittadini — e tra questi ai cattolici — si chiede di rinunciare a contribuire alla vita sociale e politica dei propri Paesi secondo la concezione della persona e del bene comune che loro ritengono umanamente vera e giusta, da attuare mediante i mezzi leciti che l’ordinamento giuridico democratico mette ugualmente a disposizione di tutti i membri della comunità politica. La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma morale, radicata nella natura stessa del-l’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato» [Nota, n. 2]. «Coloro che in nome del rispetto della coscienza individuale volessero vedere nel dovere morale dei cristiani di essere coerenti con la propria coscienza un segno per squalificarli politicamente, negando loro la legittimità di agire in politica coerentemente alle proprie convinzioni riguardanti il bene comune, incorrerebbero in una forma di intollerante laicismo» [Nota, n. 6].

L’impegno dei cattolici in difesa della vita, dunque, è assolutamente doveroso. Esso è consapevole del fatto che «ogni comunità politica, per sussistere, deve riconoscere almeno un minimo di diritti oggettivamente fondati, non accordati tramite convenzioni sociali, ma precedenti ogni regolamentazione politica del diritto» [Ratzinger al Concistoro, IV, 1]; è fondato sul principio secondo il quale «ciò che è tecnicamente possibile non è per ciò stesso moralmente ammissibile» [Donum vitae, Introduzione, n. 4]; è finalizzato alla tutela del bene comune – di cui l’integrale riconoscimento del diritto alla vita in ogni suo aspetto è parte assolutamente imprescindibile – e non di un preteso fine particolare.

Ma l’impegno dei cattolici, la loro risposta all’«obbligo di reagire» se «il diritto è contro la vita», è anche nutrito dalla certezza che «la fede nel Dio creatore è la più sicura garanzia della dignità dell’uomo. Non può essere imposta a nessuno, ma poiché è un grande bene per la comunità, può avanzare la pretesa del rispetto da parte dei non credenti» [Ratzinger a Cernobbio]. Perché sappiamo – senza supponenza alcuna, ma sappiamo – che, come ha affermato Giovanni Reale, il tentativo di fondare un’etica senza Dio equivale a quello di trarsi fuori dalle sabbie mobili tirandosi per i capelli (e questo vale certamente anche per l’elementare etica politica), e che «[…] difendendo l’uomo contro gli eccessi del suo stesso potere, la Chiesa di Dio gli ricorda i titoli della sua vera nobiltà» [Donum vitae, Conclusione].

Giovanni Formicola
Relazione presentata a Sorrento (NA) il 16 ottobre 2018

sabato 4 agosto 2018

Pena di morte

I. Malgrado quanto noi giornalisti ci sforziamo di far credere, spesso e volentieri i giornali non rappresentano affatto l'opinione pubblica.
Il problema della pena di morte è uno di quelli in cui sembra più profonda la frattura tra gente e media. Questi, quasi senza eccezioni, respingono indignati anche solo la prospettiva di dibattere una questione che giudicano talmente anacronistica e incivile da non meritare alcuna attenzione.
Nei giornali in cui mi è capitato di lavorare, ho visto cestinare, con ribrezzo, le molte lettore dei lettori sull'argomento. Eppure, tutti i sondaggi mostrano che, se si andasse a un referendum popolare, certamente il risultato sarebbe per la reintroduzione del plotone di esecuzione o del boia, almeno per i crimini particolarmente esecrabili.
Ce ne sono riprove concrete: stando al rapporto annuale di Amnesty International, la pena di morte contrassegna ancora il diritto penale di ben 99 Stati (l'80 per cento delle esecuzioni riguarda Paesi che hanno la pretesa di essere modello ad altri come gli Stati Uniti, l'Urss, la Cina), senza che movimenti importanti di opinione ne chiedano l'abolizione. Nei circa 30 Stati dell'unione nordamericana in cui si e conservata l'esecuzione capitale, tutte le iniziative per cancellarla sono state vanificate dalla volontà popolare. Questa, in certi casi, ne ha addirittura imposto la reintroduzione.
Ma si sa che i cantori della democrazia - giornalisti e politici in prima linea - sono selettivi: per loro, la maggioranza delle opinioni e dei voti è “nobile manifestazione della volontà popolare” quando va nel senso da loro auspicato; e diventa “disprezzabile rigurgito reazionario” quando si esprime in modo non gradito ai loro pregiudizi e schemi.

Il fatto è che, dalla più remota antichità sino a qualche intellettuale dell'Europa occidentale del Settecento che cominciò ad avere dei dubbi, la pena di morte fu pacificamente ammessa da tutte le culture di tutte le società del mondo.
Ed è falso che quel curioso personaggio che fu Cesare Beccaria ne abbia chiesto l'abolizione. Dei delitti e delle pene, capitolo ventotto: “La morte di un cittadino non può credersi necessaria che per due motivi...”. Quel che Beccaria respinge è soprattutto la tortura e poi la pena di morte facile, come era applicata ai suoi tempi, ma non la esclude in modo assoluto, non la dichiara illecita: al punto che, in alcuni casi, la dice necessaria. Del resto, l'alternativa che Beccaria propone (per spaventare di più, precisa) è la "schiavitù perpetua". Il che non sembra un guadagno per la civiltà e il reo.
È poi falso che il mantenere l'esecuzione capitale sia di desta e l'abolirla di sinistra: tra i paradossi ignorati dai nostri rassicuranti schematismi, c'è il fatto che questa pena era stata abolita per volontà di Luigi XVI pochi anni prima della Rivoluzione francese. E fu questa a reintrodurla, proprio per impulso della "sinistra" giacobina, facendone un tale uso che ghigliottina e rivoluzione sono inseparabili - e, per una volta tanto, giustamente - nell'immaginario popolare.
Il dottor Guillotin fu addirittura pregato da quei "progressisti" di perfezionare la sua macchina, così da passare dalla fase artigianale a quella industriale: c'è rimasto così l'agghiacciante prototipo di uno strumento capace di troncare sino a 60 teste contemporaneamente.
Inoltre, con grande imbarazzo dei terzomondisti occidentali, per i quali la barbarie è sempre e solo dalla parte dell'uomo bianco, appena raggiunta l'indipendenza, praticamente tutte le ex colonie africane ed asiatiche si affrettarono a reintrodurre la pena di morte - magari con sistemi "tradizionali" in quei luoghi come l'impalamento, il rogo, l'immersione in acqua bollente, lo strangolamento lento - anche là dove gli europei, in accordo con il diritto penale della madrepatria, l'avevano abolita. Del resto, tra i più entusiasti praticanti del patibolo non c'erano forse tutti i Paesi del "socialismo reale", quelli del marxismo al potere del primo, del secondo o del terzo inondo che siano? E non certo soltanto in lontani tempi staliniani: nei primi cinque anni della perestrojka di Gorbaciov, i tribunali sovietici hanno mandato sulla forca o sul patibolo oltre 2000 rei di delitti comuni.

Checché ne sia della legislazione civile, il problema si fa delicato per un credente quando ci si sposta sul piano religioso. La Chiesa cattolica (in accordo, del resto, con quelle ortodosse e protestanti, ad eccezione di piccole sette ereticali, combattute dai riformati stessi) non ha mai negato che l'autorità legittima abbia il potere di infliggere la morte come pena. È de fide la proposizione di Innocenzo III, ribadita dal Quarto Concilio del Laterano del 1215, secondo la quale l'autorità civile "senza peccato può infliggere la pena di morte, purché sia mossa non dall'odio ma dalla giustizia e non proceda senza precauzione ma con prudenza". Questa dichiarazione dogmatica ribadisce tutta la tradizione cattolica precedente e riassume quella futura. Sinora, infatti, nessuna affermazione solenne del Magistero è venuta a modificarla.
Se la Chiesa si è sempre rifiutata di mettere direttamente qualcuno a morte, non così lo Stato Pontificio, in quanto istituzione politica; e si sapeva bene che cosa significasse la consegna degli eretici ostinati al "braccio secolare". Del resto, le Chiese nate dalla Riforma avevano ancor meno riguardi e spesso procedevano direttamente a eseguire le loro sentenze di morte senza affidare il reo, per l'esecuzione, all'autorità civile. Anzi: mentre perla Chiesa cattolica il boia era un male necessario, nella gerarchia della oppressiva "Città cristiana" che Calvino instaurò a Ginevra, il carnefice era un personaggio di rango, un notabile ossequiato e chiamato "Ministro del Santo Evangelo". Né gli mancava il lavoro: nei quattro anni dal 1542 al 1546 Calvino mandò a morte 40 persone solo per motivi di fede.

Oggi, come si sa, la situazione è cambiata. Malgrado nulla, sul piano dogmatico, sia stato modificato, non solo teologi, ma anche intere Conferenze episcopali si sono spinte sino a definire "contraria allo spirito cristiano", "in disaccordo col Vangelo" ogni esecuzione capitale. Come al solito, dei credenti si segnalano per zelo, superando la stessa polemica laicista nello scagliarsi contro una presunta bimillenaria "barbarie oscurantista" e "infedeltà al Cristo" da parte di una Chiesa che non avrebbe dichiarato illecito il supplizio inflitto ai rei dagli Stati.
Questo è uno dei luoghi privilegiati per la "strategia del rimorso" di cui parlammo, portata avanti da una propaganda anticristiana coll'aiuto entusiastico di molti cattolici "adulti e aggiornati". In realtà, la questione è davvero gravissima: se ogni esecuzione capitale è un delitto, un omicidio abusivamente legalizzato (come molti teologi e anche episcopati ora dicono) la Chiesa, per tanti secoli, se ne è resa complice. Confortatori dei suppliziandi come un san Cafasso non sono che farisaici fiancheggiatori di una violenza illecita. Non basta, ché anche Antico e Nuovo Testamento - i quali o raccomandano o non vietano la pena di morte - sono trascinati sul banco degli accusati. Se qui, davvero, ci si è sbagliati, le conseguenze per la fede sono rovinose, coinvolgendo l'autorità della Chiesa e della Scrittura stessa. Bisognerà cercare di capire.

II. Sarà bene precisare subito, a scanso di equivoci, quanto chiariremo meglio in seguito: quel che tentiamo con il discorso iniziato non e di certo una sorta di "elogio del boia" alla Joseph De Maistre, con magari un nostro schierarci a favore della reintroduzione della pena di morte nei Paesi del inondo (e sono ancora una minoranza) che l'hanno cancellata. Ne siamo ben lontani. Quel che ci interessa è mostrare che anche qui, come in moltissimi altri campi, abbiamo dimenticato quel saper distinguere (distingue frequenter!) che, così giustamente, preoccupava coloro che sapevano ragionare sul serio prima della sedicente "èra della Ragione".
Nel caso in questione, molto spesso non si sa più distinguere tra legittimità del patibolo e sua opportunità; tra un diritto della società di mandare a morte un suo membro ed esercizio di quel diritto. Ma, soprattutto - lo dicevamo - ciò che deve preoccupare un credente è l'atteggiamento della Chiesa: la quale, sempre, nel suo Magistero più alto, ha affermato la legittimità della pena di morte decretata dalle autorità riconosciute e ne ha concesso alla società il diritto.
Dopo il Concilio, questo diritto è contestato a diversi livelli. Prendiamo (un esempio tra i moltissimi possibili) il Dizionario di antropologia pastorale, frutto del lavoro dell'associazione dei moralisti cattolici di lingua tedesca, uscito in Germania e in Austria nel 1975 con tutti gli imprimatur e grazie a un finanziamento dell'episcopato. In quest'opera, che non esprime la voce di un privato teologo ma la posizione "cattolica" di un'intera area, si legge: "Il cristiano non ha il minimo motivo di invocare la pena di morte o di dichiararsi favorevole ad essa".
Il documento di una commissione teologica dell'episcopato francese dichiarava nel 1978 ogni esecuzione capitale come "incompatibile con il Vangelo" (anche se, in un sussulto di prudenza, i teologi estensori del documento lo intitolavano Elementi di riflessione e giungevano alla loro conclusione - contraria alla Bibbia e alla Tradizione - con avveduti giri di parole). In modo altrettanto capzioso si sono espressi, negli Stati Uniti e nel Canada, quei Church-intellectuals, quegli "intellettuali clericali" che - nell'anonimato - elaborano i documenti che poi gli episcopati presentano con la loro firma.
Nel 1973, Leandro Rossi, direttore del Dizionario di Teologia Morale (anche qui, con ogni approvazione ecclesiastica) iniziava così la voce Pena di morte: "È, questo, uno dei classici temi ove le posizioni si sono capovolte nell'èra contemporanea, anche se non universalmente e definitivamente. Il processo di umanizzazione ebbe origine, purtroppo, non nell'ambiente cristiano ma laico e vide i cattolici rimorchiati a fatica da quanti si mostravano più coerenti con l'indirizzo umanizzante del Vangelo. Siamo in uno di quei casi, insomma, nei quali non è la Chiesa che ha donato al mondo, bensì quella che ha ricevuto da questo".

Simili posizioni sono gratificanti per i preti che le esprimono i quali, però, non sembrano vederne tutte le devastanti conseguenze: non in un periodo solo, ma per tutta intera la sua storia, dagli inizi sino ad oggi, la Chiesa - nel magistero solenne dei papi e dei concili, ma anche nei padri, nei grandi teologi che furono anche santi come Tommaso d'Aquino, nei suoi uomini più prestigiosi e autorevoli, senza eccezione - la Chiesa, dunque, ha dichiarato legittima quell'esecuzione capitale che sarebbe invece, per le posizioni di oggi, un delitto, un crimine, un tradimento del Vangelo.
Come è stato osservato: "Se davvero è così, come difendere la Chiesa dalla colpa di complicità con i capi di governo, responsabili di innumerevoli assassinii, quante appunto sarebbero state le esecuzioni capitali di tutti gli individui uccisi in nome di una falsa giustizia?".
Al di là del piano dottrinale, per scendere alla prassi: "Come attenuare (sempre nell'ipotesi che ogni pena di morto sia assolutamente ingiusta, criminosa) le responsabilità dei papi che per oltre un millennio, nei loro Stati, non hanno agito diversamente da tutti i magistrati civili delle altre nazioni?". Insomma, un'ombra oscura si proietta su tutto quanto l'insegnamento e la prassi cattolici: "Come prendere più sul serio una morale che oggi biasima come gravemente illecito, come un tradimento della missione stessa del Cristo, quanto fino a ieri aveva ritenuto non solo legittimo ma in qualche caso doveroso?".
Sembra che anche su questo tema certa teologia - o anche certi episcopati, ammesso che il loro pensiero sia davvero espresso dai documenti che gli "esperti" preparano per loro - non veda, o peggio, non si curi delle conseguenze che, sulla fede della gente, hanno simili variazioni dottrinali. Ma sembra anche che qui si verifichi quel fenomeno paradossale e contraddittorio che contrassegna certa teologia odierna: la quale protesta di volersi basare solo sulla Scrittura ma al contempo l'aggira, la rimuove, l'ignora (o la tratta un po' infastidita) quando non risponde al suo "spirito" che dice essere lo "spirito dei tempi", in sintonia con quello del Cristo stesso.

In effetti, non vale la pena spendere troppe parole per dimostrare come, nell'Antico Testamento, la pena di morte sia non solo permessa da Dio ma da Lui comandata. Tanto che la normativa elaborata dai maestri di Israele in base alla Torah prescriveva l'esecuzione capitale per ben 35 reati: dall'adulterio alla profanazione del sabato, dalla bestemmia all'idolatria, sino alla ribellione (anche solo a parole) contro i genitori. Basti ricordare, tra i molti brani possibili, il versetto della Genesi (9,6) in cui Jahvè dice a Noè: Chi sparge il sangue dell'uomo, dall'uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio Egli ha fatto l'uomo. Si veda poi il capitolo trentacinque del libro dei Numeri dove è ribadito, per i casi lì specificati, non il diritto ma il dovere della pena di morte, precisando: Queste vi servano come norme di diritto, di generazione in generazione, in tutti i luoghi dove abiterete (Nm 35,29). Per la Legge di Israele, l'uccisione di certi colpevoli è motivata da Dio stesso in base a principi religiosi, prima ancora che di opportunità sociale. Ed è chiaro che il Non uccidere! del Decalogo vuol dire Non assassinare, non uccidere ingiustamente e non riguarda la pena legale di morte: è rivolto al singolo e non a chi ha legittima autorità sul popolo.
Tutto questo (che è forse duro per le nostre orecchie: ma è pur sempre, per il credente, Parola di Dio, quella Parola alla quale si dice, ora più che mai, di volere essere fedeli) è messo sbrigativamente da parte dalle nuove posizioni che dicevamo. Oppure, si cerca di risolvere il problema, dicendo che il Nuovo Testamento supera l'Antico, che lo spirito evangelico abroga la legislazione mosaica. Ma, anche in questo modo, non si prende sul sedo la Parola, in questo caso quella di Gesù stesso, il quale dichiara di non essere venuto per abrogare la legge ma per completarla, avvertendo che non passerà neppure uno jota della Legge.
In effetti, il Cristo non contraddice Pilato, ricordandogli solo da dove gli viene questa autorità (che dunque gli riconosce) quando il governatore domanda: Non sai che io ho il potere di metterti in libertà o di metterti in croce? (Gv 19,10). Né contraddice, secondo Luca, il "buon ladrone", facendogli anzi la promessa più grande, quando questi dice che giustamente egli e il suo complice sono stati condannati a quella pena: Noi riceviamo il giusto per le nostre azioni.
Come è stato notato: "in Atti 5,1-11, appare che dalla pena di morte sin da subito non aborrì la comunità cristiana primitiva, poiché i coniugi Anania e Saffira, rei di frode e di menzogna ai danni dei fratelli nella fede, comparsi davanti a san Pietro ne furono colpiti".

Ma è soprattutto Paolo che dà lo Jus gladii, il diritto di usare la spada del boia, ai principi e li chiama ministri di Dio per castigare i malvagi, se necessario mandandoli a morte. E non si dimentichi il capitolo tredici della Lettera ai Romani - un tempo famoso, ora spesso taciuto con qualche imbarazzo - soprattutto dove si dice: Vuoi non avere da temere l'autorità? Fa' il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma, se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male (Rm 13,3-4).
Di queste chiare parole paollne non sembra lecito sbarazzarsi con argomenti sconcertanti - e dettati chiaramente dal desiderio di liberarsi di una parola scritturale contraria alla propria tesi - come quelli usati dal già citato Dizionario di antropologia pastorale: "Paolo, in Romani 13, ha sicuramente pensato alla prassi della decapitazione dei grandi criminali in uso nell'impero romano. Tuttavia, ciò che gli premeva raccomandare - facendo tale allusione - era solo l'obbedienza verso la legittima autorità statale...". Escamotage sorprendente, forse un po' penoso: in effetti, non venne in mente, per duemila anni, a nessuno dei grandi teologi e a nessuno dei pastori e dei Concili che, anche basandosi su Romani 13, non negarono legittimità alla pena di morte inflitta con regolare processo dalle autorità costituite. Non dimenticando che questo riconoscimento ecclesiale non era di certo fatto a cuor leggero, tanto che il diritto canonico colpiva di irregolarità (di divieto, cioè, di accedere agli Ordini Sacri) il carnefice, i suoi aiutanti e persino il giudice che, pur rispettando la legge, avesse pronunciato una sentenza di morte.
Ma questo orrore del sangue non poteva far dimenticare non soltanto le prescrizioni bibliche ma anche altre considerazioni oggi rimosse e che tenteremo di esporre nel frammento che segue.

III. Come ci pare di avere dimostrato (e non ci voleva molto sforzo, i testi essendo chiarissimi e notissimi), la pratica della pena di morte da parte della società è imposta da Dio stesso nella Legge dell'Antico Testamento ed è ammessa da Gesù e dagli apostoli nel Nuovo Testamento. Come è costretto a riconoscere lo stesso, insospettabile Catechismo Olandese, non si può sostenere che il Cristo abbia abolito esplicitamente né la guerra né la pena di morte. Non si riesce a capire su cosa si basino quei teologi e quei biblisti che giudicano qui la Chiesa infedele alla Scrittura. Quale Scrittura? Forse, the Wish-Bible, la "Bibbia del desiderio", la Bibbia così come l'avrebbero scritta loro, oggi.
C'è, piuttosto, da registrare una differenza importante nel passaggio dall'Antico al Nuovo Testamento: per la Legge data a Noè e a Mosè, la condanna a morte dei rei di certi delitti era un obbligo, una necessaria obbedienza alla volontà di Dio. Invece, per il Nuovo Testamento (così come l'ha inteso tutta la grande Tradizione, sin dai padri della Chiesa) l'esecuzione capitale è indiscutibilmente legittima, ma non è detto che essa sia sempre opportuna. L'opportunità dipende da un giudizio variabile a seconda dei tempi. Una cosa è il diritto riconosciuto all'autorità che, per dirla con Paolo, non invano porta la spada; alta cosa è l'esercizio di quel diritto.
Per quel che vale il nostro giudizio, nella società e nella cultura dell'attuale Occidente secolarizzato reintrodurre il patibolo là dove è stato abolito non sarebbe affatto opportuno; meglio, dunque, non esercitare quello che pure resta un diritto della società.

Non stiamo, qui, ad attardarci sulle statistiche, le quali secondo alcuni confermerebbero e secondo altri negherebbero l'efficacia della minaccia della morte nel prevenire il crimine.
Di certo, non mancano di logica le affermazioni che traiamo da un editoriale della Civiltà Cattolica del 1865, significativamente intitolato "La Frammassoneria e l'abolizione della pena di morte", e dove i gesuiti si schierano, ovviamente, per il mantenimento - nei nuovi codici italiani - del pur terribile istituto.
Scriveva dunque quella vera e propria "voce del papa" che era il celebre periodico: Noi, qui, non tanto intendiamo di mostrare la licitezza, convenienza e necessità relativa della pena di morte, cosa che supponiamo dimostrata e conceduta dalla gente sala e dabbene, quanto di dichiarare che mentre i savii ed onesti parteggiano per la conservazione di questa pena, ne sono in realtà gli abolitori. Il che si dimostra facilmente colla ragione e col fatto.
Continua, in effetti, la Civiltà Cattolica: Colla ragione: giacché, qual è lo scopo inteso da quelli che vogliono mantenuta la pena di morte? Evidentemente lo scopo da essi inteso si è di diminuire e, se si può, di togliere affatto di mezzo gli assassinii. Or chi non vede che così essi intendono direttamente ad abolire la pena di morte? E non già ad abolire la pena di morte soltanto per gli assassini, come vogliono i liberali, ma per gli assassinati ancora, o meglio per gli assassinabili innocenti, dei quali i liberali nulla si curano. È dunque evidente che i conservatori della pena di morte cooperano efficacemente all'abolizione totale della pena di morte degli innocenti in prima e, poi, necessariamente ancora dei rei e degli assassini.
Ma, in fondo, simili considerazioni - pur non irrilevanti - sono secondarie rispetto a quello che, per un cristiano, è il problema primario: Se Dio solo dà la vita, è lecito all'uomo toglierla ad altri uomini? Esiste un diritto alla vita di tutti, anche dell'assassino, diritto che mai possa essere violato?.

In verità, coloro che danno a queste domande delle risposte nel senso sfavorevole alla pena di morte, ammettono però il diritto della società di rinchiudere in prigione i colpevoli di reati. Ora: se Dio ha creato l'uomo libero, come possono gli uomini togliere questa libertà ad altri uomini? Esiste un diritto alla libertà (diritto innato, inviolabile, imprescrittibile, dicono i giuristi) che qualunque giudice infrange nel momento in cui condanna un suo simile anche soltanto a un'ora di reclusione coatta.
Ma la vita, si dice, è valore superiore alla libertà. Se ne è cosi sicuri? Gli spiriti più nobili e più sensibili lo negano. Come l'Alighieri. Non dice nulla il verso famoso: Libertà vo' cercando, che è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta?
Ma non si esce dalle contraddizioni (e non si riesce neppure a capire perché tutte le culture tradizionali - e, dunque, religiose - non abbiano sentito come innaturale, illecita e quindi impraticabile la condanna capitale) se non in una prospettiva che vada al di là di quella orizzontale mondana. Una prospettiva, cioè, religiosa. E cristiana in particolare.
Quella prospettiva, cioè, che distingue tra vita biologica, terrena e vita eterna; che è convinta che il solo diritto inalienabile dell'uomo sia salvare non il corpo, ma l'anima; che distingue tra vita come fine e vita come mezzo.
Pur rifuggendo dalle lunghe citazioni, questa volta è il caso di riprodurne una, visto che ogni parola è qui meditata alla luce di una visione cattolica che sembra oggi persa totalmente di vista. La citazione è di quel singolare, solitario laico cattolico che è lo svizzero Romano Amerio. Leggiamo, dunque: L'opposizione alla pena capitale deriva oggi spesso dal concetto dell'inviolabilità della persona in quanto soggetto protagonista della vita mondana, prendendosi l'esistenza mortale come un fine in sé che non può essere tolto senza violare il destino dell'uomo. Ma questo modo di rigettare la pena di morte, benché si guardi da molti come religioso, è in realtà irreligioso. Dimentica, infatti, che per la religione la vita non ha ragione di fine ma di mezzo al fine morale della vita che trapassa tutto l'ordine dei subordinati valori mondani.
Perciò, continua Amerio, togliere la vita non equivale punto togliere all'uomo il fine trascendente per cui è nato e che ne costituisce la dignità. Nel rifiuto della pena di morte vi è un sofisma implicito: che cioè l'uomo, e in concreto lo Stato, abbia il potere, uccidendo il delinquente, di troncargli il destino, di sottrargli il fine ultimo, di togliergli la possibilità di adempiere il suo officio d'uomo. Il contrario è vero.
In effetti, prosegue lo studioso cattolico, al condannato a morte si può troncare l'esistenza terrena, non però togliergli il suo fine. Sono le società che negano la vita futura e pongono come meta il diritto alla felicità nel mondo di qua che devono rifuggire dalla pena di morte come da un'ingiustizia che spegne nell'uomo la facoltà di felicitarsi. Ed è un paradosso vero, verissimo, che gli impugnatori della pena di morte stanno in realtà per lo Stato totalitario, giacché gli attribuiscono un potere molto maggiore che non abbia, anzi un potere supremo: quello di troncare il destino di un uomo. Mentre, nella prospettiva religiosa, la morte irrogata da uomini a uomini non può pregiudicare né al destino morale né alla dignità umana.

Lo stesso autore, tra molte altre testimonianze sconcertanti sulla perdita della consapevolezza, all'interno stesso della Chiesa, di che cosa sia davvero il "sistema cattolico", cita l'Osservatore Romano che, il 22 gennaio 1977, scriveva, tra l'altro, a firma di un autorevole collaboratore: La comunità deve concedere la possibilità di purificarsi, di espiare la colpa, di riscattarsi dal male, mentre l'estremo supplizio non la concede.
C'è da capire Ameno che commenta: Così dicendo, proprio il giornale vaticano nega la gran verità che la pena capitale medesima è una espiazione. Nega il valore espiatorio della morte che nella natura mortale è sommo, come sommo (nella relatività dei beni di sotto) è il bene della vita al cui sacrificio consente chi espia. D'altronde, l'espiazione del Cristo innocente per i peccati dell'uomo non è connessa con una condanna a morte?. E, dunque, l'aspetto più irreligioso della dottrina che respinge la pena capitale risulta nel rifiuto del suo valore espiatorio, il quale nella veduta religiosa è invece massimo.
In effetti, la Tradizione ha sempre visto un candidato sicuro al paradiso nel delinquente che, riconciliato con Dio, liberamente accetta il supplizio come espiazione della sua colpa. Tommaso d'Aquino insegna: La morte inflitta come pena dovuta per i delitti, leva tutta la pena dovuta per i delitti nell'alta vita. La morte naturale, invece, non la leva. Molti rei reclamavano addirittura l'esecuzione capitale come loro diritto. Dunque, il suppliziato pentito, munito dei sacramenti, è un "santo": in effetti, il popolo si disputava le sue reliquie (e aveva forgiato un proverbio che la Civiltà Cattolica che citavamo ricorda: Di cento impiccati, uno dannato).

Non sono, questi, che colpi di sonda "religiosi" in una materia che, oggi, anche dei credenti sembrano affrontare con la tipica superficialità laica, illuministica. Altre cose si potrebbero e dovrebbero aggiungere, a completamento delle ragioni della Chiesa (di quella, s'intende, ancora consapevole di Scrittura e Tradizione): ad esempio, l'idea (che è biblica, paolina anch'essa) della società non come aggregato di individui ma come corpo, come organismo vivente che ha dunque il diritto di troncare da sé membra che giudica infette; il concetto della legittima difesa che non riguarda solo l'individuo, come crediamo noi individualisti, ma anche il corpo sociale; il concetto della riparazione dell'ordine della giustizia e della morale infranto.
Legittima, dunque, la pena capitale, per la Chiesa, nella prospettiva di fede che è sua. Ma anche opportuna, oggi? Per giustificare il nostro rifiuto della possibilità di tornare al patibolo nella cultura attuale, la sintesi migliore è ancora quella di Romano Amerio: La pena di morte diventa barbara in una società irreligiosa che, chiusa nell'orizzonte terrestre, non ha diritto di privare l'uomo di un bene che per lui è tutto il bene.
Un "no" al patibolo, dunque: motivato però non dalla religione, ma dalla irreligione contemporanea.

Vittorio Messori, Pensare la storia, 1992

domenica 1 luglio 2018

Non ti é lecito

Rilanciamo il post pubblicato il 29 giugno 2018 sul blog di Sentinelle Vesuviane
https://sentinellevesuviane.wordpress.com/2018/06/29/non-ti-e-lecito


Alla vigilia del Pride di Pompei, dove se la parola gay è saltata ci piace credere che è stato un tantino anche merito nostro, riceviamo e molto volentieri pubblichiamo questa omelia di Don Carmine Pagano, della Parrocchia di Marra a Scafati .

Omelia del 24 giugno 2018

Cari fedeli, oggi 24 giugno è la festa di San Giovanni Battista che quest’anno cade di domenica. Comincerò col dirvi che sono molto combattuto, perché per indole mi piace vivere tranquillo, quindi evito quelle situazioni da cui possono scaturire problemi o che mi possono mettere in imbarazzo. Per questo, dopo averci pensato, avevo quasi deciso di non toccare l’argomento che invece questa mattina affronterò nell’omelia. Quando mi sono reso conto che oggi era San Giovanni Battista, ho sentito come un tonfo nell’anima e mi sono detto che proprio questa domenica non potevo farmi vincere dalla pusillanimità. Oggi la liturgia ricorda solo la nascita di Giovanni Battista, ma non si può affrontare la figura di questo grande personaggio biblico, senza tener presente la testimonianza del suo martirio, che ne segna del resto la vera nascita al cielo.

Tutti sappiamo che Giovanni Battista fu ucciso da Re Erode Antipa su richiesta della nipote nonchè figliastra Salomè, la quale, su istigazione della madre Erodiade chiese la testa di Giovanni su un piatto d’argento per zittirlo. Erodiade era la moglie di Erode Filippo, fratello di Erode Antipa. Abbandonato il marito, era andata a vivere con suo cognato portando con sé anche la figlia. Giovanni Battista rinfacciava ad Erode Antipa che non gli era lecito secondo la Legge del Signore tenere la moglie di un altro, per di più suo fratello. La povera Erodiade, per liberarsi di quelle che al tempo erano verso una donna gravissime accuse, dovette tramare la morte di Giovanni per farlo stare zitto. Per questo motivo di lei la storia ci ha lasciato un ricordo spregevole. Ma la poverina, sì la poverina, vivendo a quel tempo, fu costretta a commettere un così grave gesto. Se infatti fosse vissuta oggi, non ne avrebbe avuto bisogno. Le sarebbe bastato andare, invitata con tutti gli onori, ospite in un salotto televisivo, lì si sarebbe seduta di fronte ad una conduttrice compiacente in tailleur, con alle spalle un pubblico plaudente, ed avrebbe avuto modo di narrarare la bellissima storia degli amori della sua vita. Avrebbe raccontato di come molto giovane era andata in sposa a Erode Filippo e che tra loro c’era stato un grande amore giovanile, passionale e sincero, ma poi si sa, gli amori soprattutto giovanili possono finire. Così, un giorno durante un banchetto di gala, aveva conosciuto Erode Antipa e tra i due era stato amore a prima vista. Un amore questa volta diverso, maturo, coltivato dapprima di soppiatto, ma poi cresciuto era diventato profondo, travolgente, fino a spingerli ad uscire dall’ombra ed a rivelarlo al mondo intero come la cosa più bella della loro vita. Erodiade, quindi, aveva divorziato da Erode Filippo, aveva sposato Erode Antipa e la figlia Salomè era andata a vivere con loro, la ragazza con il nuovo compagno della madre aveva un rapporto bellissimo. Ma ahimè! il loro amore veniva continuamente ferito dalle parole spregevoli di quel sedicente profeta che con le sue invettive li perseguitava in ogni modo, quell’uomo fanatico ed aggressivo, “che non conosceva il significato della parola amooore”.

A questo punto, la conduttrice le avrebbe espresso il suo incoraggiamento e la sua solidarietà e sarebbe scattato in studio l’applauso. Alcuni giorni dopo, una “truppa” televisiva si sarebbe recata dove viveva e predicava il sedicente profeta. Il cameraman avrebbe mostrato il modo folle in cui egli vestiva, indossando una pelle di cammello, ed il modo folle in cui si nutriva, di locuste e di miele selvatico. Usando prudentemente il condizionale, il giornalista avrebbe detto come secondo alcune voci il sedicente profeta facesse uso anche di droghe; col condizionale, avrebbe riportato come ci fossero fondati motivi di pensare che avesse conti segreti all’estero su cui confluivano le donazioni dei suoi seguaci. La “truppa” televisiva, infine, avrebbe riportato, sempre al condizionale, come corressero voci in giro che il sedicente uomo di Dio avesse rapporti sessuali clandestini con ragazzi e ragazze plagiate. Poi dopo in studio, ad alcune delle sue “presunte” vittime economiche e sessuali, con calma ed a loro agio, si sarebbe dato modo di esprimere in piena liberta e senza contraddittorio le loro accuse.

Però! però! Per amore di correttezza, anche i sostenitori del Battista sarebbero stati intervistati, per strada, presi in contropiede e mentre andavano di fretta, spiattellandogli sotto al muso domande tendenziose circa fatti ed episodi che di primo acchito uno fa fatica a ricordare nei dettagli, prima di fare mente locale.

A questo punto ditemi, che bisogno c’era di decapitare fisicamente Giovanni Battista con una spada? Questa decapitazione mediatica sarebbe stata più che efficace a ucciderlo nell’opinione pubblica ed a metterlo fuori gioco.

In tal modo anche noi preti siamo mediaticamente e costantemente intimiditi quando dobbiamo esprimere punti di vista morale contrari al pensiero dominante, come avviene appunto in questi giorni. Infatti, di fronte alla festa di San Giovanni Battista, cari fedeli, si pone vicino a noi un evento blasfemo e provocatorio. Sabato 30 giugno la lussuria (chiedo perdono per il termine desueto) sfilerà in processione a Pompei davanti al Santuario. Badate bene, non si manifesterà per l’affermazione di un’identità, ma si esalterà in processione la lussuria. Siamo grazie a Dio in un paese libero, e per quanto sia sconveniente anche la lussuria la si può far sfilare per strada. Ma perché proprio davanti ad un famoso santuario mariano? Per sfida, per provocazione, per intimidazione, per mostrarci chi oggi comanda, per dirci: “Guai a voi se parlate, perché la gogna mediatica, il capestro mediatico è già lì pronto per voi”. Chi di noi oggi non teme di essere appellato come, “ofobo”, nelle sue più svariate e creative declinazioni. Tra poco se qualcuno esprimerà l’opinione che la cioccolata fa male, gli amanti della cioccolata lo chiameranno cioccolatofobo.

Viviamo un’epoca in cui le elite che hanno in mano il potere mediatico possono farci accettare quello che vogliono. Prendete ad esempio l’incesto o addirittura la pedofilia, cosa ci vorrebbe a sdoganarli, la strada è aperta. Sì! Voi direte che è impossibile, ma di quante cose lo dicevamo solo venti anni fa. Che ci vuole? Si comincerà a dire che nella pedofilia non c’è niente di male perché è una forma diversa di amore. I cantanti la celebreranno nei loro album, anche se forse all’inizio scandalizzando un poco; gli attori la mostreranno in maniera commovente nei film, gli opinionisti le esalteranno in nome di una società libera e pluralista.

Nei salotti televisivi, intervisteranno l’esperto e gli chiederanno:
“Professore, è vero che “l’amore prepuberale” può danneggiare lo sviluppo psicofisico del bambino?”.
Ed egli con un sorriso risponderà:
“ Ma no! Certo, se praticato con violenza, senza le giuste modalità di approccio e senza la guida di un neuropsichiatra infantile, è normale che provochi danni allo sviluppo psico-affettivo del bambino, ma l’amore prepuberale praticato con le giuste modalità relazionale ed affettive, nonchè con i consigli di un esperto, può solo aiutare la crescita integrata del bambino”.
“Perché professore, allora, per tanti anni si è considerato l’amore prepuberale un cosa orribile e chi lo praticava era soggetto a tante discriminazioni, a verve e proprie persecuzioni sociali e giudiziarie?
“Bè! Sa! nella nostra cultura c’è sempre un retaggio dei pregiudizi cattolici che ci portiamo dal medioevo”
“La ringraziamo professore per le sue illuminanti delucidazioni e passiamo ad altro”.

Poi, si dirà in lungo ed in largo nei mass media e sui social
che la pedofilia era praticata anche in molti popoli antichi, il che è vero;
che è presente anche nel mondo animale, il che anche è vero;
che in fondo nella Bibbia la non è neanche espressamente menzionata, ed anche questo è vero;
e dagli così oggi, dagli così domani, ed il gioco sarà fatto, chi la osteggerà ancora sarà additato come pedofobo.

La figura di Giovanni Battista cari fratelli, ci inviti quindi a scuoterci, soprattutto a noi pastori ci induca ad affrontare con coraggio l’intimidazione che il pensiero unico oggi esercita sulle nostre menti e sulle nostre coscienze. Il Signore ci aiuti a professare fino in fondo, con coraggio tutti i valori della nostra fede, tutti gli insegnamenti evangelici, ci insegni a farlo con delicatezza, con carità, ma anche con quel coraggio e quella fermezza che caratterizzarono San Giovanni Battista.

Ringraziamo Don Carmine per questa befana fuori stagione. Da parte nostra abbiamo aggiunto la riproduzione di Amoris laetitia. San Giovanni Battista ammonisce l’adulterio di Erode Antipa ed Erodiade (Olio su tela, 100 X 150 cm, 2017. Bari, Collezione privata), del maestro Giovanni Gasparro, che capitava proprio a fagiolo.

venerdì 22 giugno 2018

E venne il giorno

Quando il nostro mondo ha smesso di essere cristiano? Nel 1965. Guillaume Cuchet racconta il tracollo da cui non ci siamo mai ripresi

Nel film del regista canadese Denys Arcand “Le invasioni barbariche” c’è una scena in cui un vecchio prete mostra a una responsabile d’aste di Londra tutti gli oggetti religiosi – statue, icone, dipinti, crocifissi – ammassati negli scantinati e di cui la chiesa si vuole liberare sul mercato. “Nel 1966, le chiese si svuotarono in poche settimane”, le dice l’anziano sacerdote. Nessuna spiegazione, nessun presagio, niente. Cosa era successo?

La risposta la fornisce un nuovo libro uscito in Francia, Comment notre monde a cessé d’être chrétien, pubblicato da Seuil e a firma dello storico Guillaume Cuchet, professore di Storia contemporanea presso l’Università Paris-Est Créteil. L’autore inizia dalla Carte religieuse de la France rurale realizzata da Fernand Boulard alla fine della Seconda guerra mondiale, e finalizzata a tracciare una mappa precisa della situazione religiosa in Francia. Boulard vi tratteggia un paese profondamente scristianizzato dall’Aquitania alle Ardenne, ma circondato da periferie solidamente religiose. Ed è proprio in questo momento che si verifica la “svolta del 1965”. Improvvisamente, anche le periferie crollano. E la carta di Boulard non funziona più.

La parola che ricorre nel libro e nel sottotitolo è questa: effondrement. Collasso. Nessuno aveva visto niente arrivare. Da lì in poi ci spostiamo verso una Francia che converge verso la scristianizzazione. La tesi di Guillaume Cuchet è forte, chiara e brillantemente difesa: la caduta degli anni Sessanta è spiegabile col Vaticano II, a cui sono stati aggiunti cambiamenti demografici e sociali. Il concilio modernista, sconvolgendo prassi e dogma, affonda il cristianesimo al suo cuore. Lo storico collega questa scristianizzazione alla prima grande decristianizzazione che si è svolta durante gli sconvolgimenti rivoluzionari. Una prima Francia, scristianizzata alla fine del XVIII secolo, è stata in seguito agganciata da una seconda Francia, scristianizzata nel 1965.

Fu tra il 1965 e il 1966, infatti, che la pratica domenicale crollò in massa, vale a dire alla fine del Concilio Vaticano II, quando era iniziata la riforma liturgica. Guillaume Cuchet smonta l’equivoco secondo cui il Sessantotto (per la destra) e l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI (per la sinistra) furono i fattori scatenanti di questa battuta d’arresto epocale. Era tutto iniziato prima, nel 1965.

Come scrive lo storico Alain Besançon nel magazine Causeur questa settimana, “Guillaume Cuchet analizza brillantemente il disastro che ha travolto il lavoro di venti secoli in una generazione. Quando i 2.500 vescovi che per tre anni avevano discusso in San Pietro il Concilio Vaticano II, si baciarono per congratularsi, erano convinti che la chiesa cattolica avesse fatto un nuovo inizio. Per preparare questo luminoso futuro, il clero francese si affrettò a cambiare tutto. Nuova liturgia, nuova predica, nuovi libri. Ahimè, tre volte ahimè! Invece del boom previsto, è stata la debacle. Si dice che un milione e mezzo di praticanti regolari rimangano. Ci sarebbero il doppio di musulmani. Qual è la religione maggioritaria? Ma di questo declino, quali sono le cause? Il Vaticano II non è la causa, ma solo l’evento scatenante. Si stava preparando già prima: l’invecchiamento della popolazione, la diserzione delle campagne, l’abbandono dei giovani, la televisione, l’immigrazione...”.

Cuchet racconta lo smantellamento dei vecchi altari, la nuova liturgia “verso il popolo”, l’abbandono della talare, la nuova “familiarità con Dio”, la politicizzazione a sinistra, lo smarrimento collettivo. Secondo Besançon, “i fedeli non ebbero più il bisogno di ascoltare i sermoni che predicavano la moralità umanitaria, il buon spirito sociale, l’antirazzismo, la simpatia per tutte le religioni e altre raccomandazioni sentite ogni giorni in televisione”.

L’analisi che Cuchet fa dei discorsi dei sacerdoti, raccolti nei bollettini parrocchiali, mostra un cambiamento senza precedenti. Subentra una “religiosità vaga e ottimista”, con un pervasivo dominio dei temi sociali in una “complicità più o meno dichiarata con la cultura dominante”. Il massiccio abbandono della pratica cristiana fu accompagnato, se non in una certa misura facilitato, da una grande smobilitazione dei sacerdoti.

I fedeli ebbero la forte sensazione che anche “i preti non ci credessero più”, e questo secondo Cuchet ebbe effetti devastanti su di loro. Particolarmente preoccupante era il massiccio abbandono del sacerdozio, con diverse centinaia di casi all’anno dopo il 1965. Si tratta di un fenomeno eccezionale, incruento, a differenza delle déprêtrisations sotto il Terrore rivoluzionario nel 1793-1794. Da allora, il clero francese non si è più ripreso.

La Croix scrive che “le diocesi francesi perderanno in media un quarto dei preti attivi entro il 2024”. A Nantes, i sacerdoti diminuiranno della metà, da 148 a 75, e a La Rochelle da 104 a 45. Molte diocesi rischiano di essere cancellate dalla mappa della Francia. Nel 2016, c’erano poco meno di 16 mila sacerdoti in Francia. Ogni anno sono circa ottocento le morti naturali nel clero.


Data la tendenza quasi inevitabile, la Francia avrà appena seimila sacerdoti fra dieci anni. Erano 50 mila nel 1970. “Al ritmo attuale, tra dieci anni non ci saranno più di 80 preti diocesani contro i 180 attuali”, dice il vicario generale della diocesi di Tolosa, Hervé Gaignard. Nel 2015 sono stati ordinati 120 sacerdoti. Nel 2016, solo cento sacerdoti e non soltanto un quarto di essi è tradizionalista, ma una quarantina è rappresentata da vocazioni “tardive”, ovvero provenienti dalla società civile e non più dai seminari, da cui ne sono usciti soltanto 83 in tutta la Francia e su una popolazione di sessanta milioni di persone. Il declino appare inesorabile.

Questo collasso fu tanto più spettacolare in quanto i precedenti studi sociologici fino al 1962 erano sta- ti piuttosto ottimisti. Il progetto Boulard del famoso canonico, realizzato su un progetto iniziale del sociologo Gabriel Le Bras, aveva indicato il periodo postbellico come quello di una ripresa per il cattolicesimo francese. E poi, patatras! Nel marzo del 1975, tra molti altri studi e sondaggi, un’indagine rivelò un calo del 47 per cento nella pratica cattolica della diocesi di Parigi. Nel 1974, a Lille, fu scoperto che un terzo dei praticanti era scomparso, come svanito nel nulla.

Oggi siamo passati a meno del due per cento dei praticanti in tutta la Francia. La sociologa Danièle Hervieu-Léger ritiene che “in Francia la chiesa cattolica è entrata in una crisi da cui non può uscire”. La scristianizzazione sta progredendo significativamente.

Questa è la conclusione anche dell’istituto Csa in un rapporto di tre anni fa. Nel 1986, l’81 per cento dei francesi dichiarò di essere cattolico, il 69 nel 2002 e solo il 56 nel 2012, un calo di 25 punti in 26 anni. Allo stesso tempo, cresce invece la percentuale di francesi che dichiarano di abbracciare una religione diversa dal cattolicesimo: dal 3,5 per cento nel 1986 al 9 nel 2002 e all’11 per cento nel 2012. “La percentuale di cattolici negli adulti potrebbe scendere al di sotto della soglia simbolica del cinquanta per cento nei prossimi dieci anni”, secondo il Csa.

L’ultimo “Congresso missionario”, che in autunno ha tenuto la sua terza edizione a Parigi, ha individuato nella Francia una “terra di missione”. Un paese da riconvertire. “E’ pazzesco quando si vede lo stato di scristianizzazione del paese”, ha dichiarato all’Afp uno degli organizzatori, Samuel Pruvot. “In molte diocesi esiste ora l’addestramento alla missione”, afferma l’antropologa Valérie Aubourg, che insegna all’Università Cattolica di Lione.

Nel 1952, il 51 per cento degli adulti battezzati dichiarò di confessarsi una volta all’anno. Nel 1974,
quel numero era sceso al 29 per cento, poco più della metà. Istintivamente forse sapevamo tutto questo, ma quello che Guillaume Cuchet mostra è che questa rottura fenomenale ebbe luogo nella chiesa prima che nella società.
 
“‘La civetta di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo’, ha detto Hegel, suggerendo che lo storico, qualunque esso sia, è spesso un uccello di inquietudine per la vitalità degli oggetti che studia”, scrive Cuchet all’inizio del libro. “Boulard era solito iniziare citando alcune cifre significative. In Francia, diceva, circa il 94 per cento della generazione passata è stato battezzato entro tre mesi dalla nascita. Almeno il 60 per cento dei francesi ha partecipato al culto o ha digiunato il venerdì, il 25 per cento è andato a messa ogni domenica. Una domenica degli anni Cinquanta, alla messa poteva partecipare anche il cento per cento degli abitanti di un villaggio nel nord della Vandea”.

Adesso, secondo alcuni sociologi, “saremmo persino testimoni, in numero assoluto, di un ‘incrocio delle curve del fervore’ nella società francese tra islam e cattolicesimo. Non possiamo dire che stiamo vivendo la ‘crisi terminale’, come scrivono Emmanuel Todd e Hervé Le Bras, che promettono al cristianesimo più o meno lo stesso destino del comunismo”.

Non a caso, scrive Cuchet, dopo il 1965 escono i libri più duri contro il modernismo cattolico e che annuncia la fine. Nel 1966, il filosofo Jacques Maritain pubblica “Il contadino della Garonna”, una carica contro il “neo-modernismo” contemporaneo. Nel 1968, Louis Bouyer dà alle stampe “La decomposizione del cattolicesimo”, un’accusa implacabile delle tendenze cattoliche del suo tempo che probabilmente gli costarono la nomina a cardinale. Nel 1973, il sociologo domenicano Serge Bonnet firma “A hue et à dia”, in cui ha denunciato gli orientamenti, ai suoi occhi suicidi, della pastorale postconciliare. Nel 1974, il gesuita Michel de Certeau e Jean-Marie Domenach escono con “Le christianisme éclaté”. Nel 1976, Paul Vigneron pubblica la sua storia della crisi del clero francese. Lo stesso anno, Jean Delumeau fa scalpore con “Le Christianisme va-t-il mourir?”. “Tutta una serie di domande basilari, che sono il primo compito dello storico, non hanno trovato la loro risposta” scrive Cuchet. “Quando è avvenuta esattamente la rottura? Quanto velocemente? In che proporzioni? E’ stato brutale, progressista, entrambe le cose allo stesso tempo? Ha cause religiose, culturali, sociali?”.

Prevedibilmente, il cristianesimo in Francia sarà in grado di sopravvivere come una piccola minoranza assediata e rumorosa, ma può anche scomparire come sta succedendo nelle antiche terre della cristianità, l’Iraq e la Siria. Le domande poste nel libro da Cuchet restano inevase. Come l’idea che, da quel 1965, l’occidente non si sia mai davvero ripreso dopo quello choc culturale. Perché come ha scritto il sociologo laico Marcel Gauchet nel libro “Le Désenchantement du monde”, “se non succede nulla possiamo dire che in un secolo non resterà molto nell’Europa del cristianesimo”.
La chiameranno ancora “Europa”, ma sarà ancora di cultura europea?

Giulio Meotti, Il Foglio, 26-27 maggio 2018

lunedì 28 maggio 2018

XII giornata di formazione e convivialità, dedicata alla Dottrina Sociale della Chiesa

Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in città, 1338-1340, Siena

Sabato 2 giugno 2018 - Nocera Superiore (SA)

XII giornata di formazione e convivialità, dedicata alla Dottrina Sociale della Chiesa

«[…] servono itinerari pedagogici che rendano idonei i fedeli laici ad impegnare la fede nelle realtà temporali. Tali percorsi, basati su seri tirocini di vita ecclesiale, in particolare sullo studio della dottrina sociale, devono essere in grado di fornire loro non soltanto dottrina e stimoli, ma anche adeguate linee di spiritualità che animino l’impegno vissuto come autentica via di santità»

Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale su Gesù Cristo, vivente nella sua Chiesa, sorgente di speranza per l’Europa, «Ecclesia in Europa», del 28-6-2003, n. 41.

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Programma:

h. 10:00 accoglienza e recita del rosario;

h. 10:30 primo intervento, "Opzione Benedetto. La Dottrina Sociale della Chiesa, corpus di morale sociale, risposta alla Rivoluzione";

h. 12:00 secondo intervento, "Opzione Benedetto. Le proposizioni sociali nella Chiesa";

h. 13:15, pranzo

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Ristorante Famiglia Principe 1968, via Santacroce 13 - Nocera Superiore (SA)

Info: opzionebenedetto@gmail.com

venerdì 25 maggio 2018

La civiltà cristiana

[…] alla fine dell’Antichità, i cristiani, che vivevano in una cultura alla quale dovevano molto, la trasformarono dall’interno e la permearono di uno spirito nuovo. […] per dar vita a un’autentica civiltà cristiana. Con le imperfezioni inerenti a ogni opera umana, fu l’occasione di una riuscita sintesi fra la fede e la cultura.

Ai nostri giorni, questa sintesi è spesso assente e la rottura fra il Vangelo e la cultura è “senza dubbio il dramma della nostra epoca” (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, n. 20). Si tratta di un dramma per la fede perché, in una società in cui il cristianesimo sembra assente dalla vita sociale e la fede relegata nella sfera del privato, l’accesso ai valori religiosi diviene più difficile, soprattutto per i poveri e per i piccoli, cioè per la grande maggioranza del popolo, che impercettibilmente si secolarizza, sotto la pressione dei modelli di pensiero e di comportamento diffusi dalla cultura dominante. L’assenza di una cultura che li sostenga impedisce a questi piccoli di accedere alla fede e di viverla pienamente. […]

In questa fine di secolo è fondamentale riaffermare la fecondità della fede nell’evoluzione di una cultura. Solo una fede fonte di decisioni spirituali radicali è capace di agire sulla cultura di un’epoca. Così, l’atteggiamento di san Benedetto, un patrizio romano che abbandonò una società invecchiata e si ritirò nella solitudine, nell’ascesi e nella preghiera, fu determinante per la crescita della civiltà cristiana.

Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura, del 14-3-1997