venerdì 22 giugno 2018

E venne il giorno

Quando il nostro mondo ha smesso di essere cristiano? Nel 1965. Guillaume Cuchet racconta il tracollo da cui non ci siamo mai ripresi

Nel film del regista canadese Denys Arcand “Le invasioni barbariche” c’è una scena in cui un vecchio prete mostra a una responsabile d’aste di Londra tutti gli oggetti religiosi – statue, icone, dipinti, crocifissi – ammassati negli scantinati e di cui la chiesa si vuole liberare sul mercato. “Nel 1966, le chiese si svuotarono in poche settimane”, le dice l’anziano sacerdote. Nessuna spiegazione, nessun presagio, niente. Cosa era successo?

La risposta la fornisce un nuovo libro uscito in Francia, Comment notre monde a cessé d’être chrétien, pubblicato da Seuil e a firma dello storico Guillaume Cuchet, professore di Storia contemporanea presso l’Università Paris-Est Créteil. L’autore inizia dalla Carte religieuse de la France rurale realizzata da Fernand Boulard alla fine della Seconda guerra mondiale, e finalizzata a tracciare una mappa precisa della situazione religiosa in Francia. Boulard vi tratteggia un paese profondamente scristianizzato dall’Aquitania alle Ardenne, ma circondato da periferie solidamente religiose. Ed è proprio in questo momento che si verifica la “svolta del 1965”. Improvvisamente, anche le periferie crollano. E la carta di Boulard non funziona più.

La parola che ricorre nel libro e nel sottotitolo è questa: effondrement. Collasso. Nessuno aveva visto niente arrivare. Da lì in poi ci spostiamo verso una Francia che converge verso la scristianizzazione. La tesi di Guillaume Cuchet è forte, chiara e brillantemente difesa: la caduta degli anni Sessanta è spiegabile col Vaticano II, a cui sono stati aggiunti cambiamenti demografici e sociali. Il concilio modernista, sconvolgendo prassi e dogma, affonda il cristianesimo al suo cuore. Lo storico collega questa scristianizzazione alla prima grande decristianizzazione che si è svolta durante gli sconvolgimenti rivoluzionari. Una prima Francia, scristianizzata alla fine del XVIII secolo, è stata in seguito agganciata da una seconda Francia, scristianizzata nel 1965.

Fu tra il 1965 e il 1966, infatti, che la pratica domenicale crollò in massa, vale a dire alla fine del Concilio Vaticano II, quando era iniziata la riforma liturgica. Guillaume Cuchet smonta l’equivoco secondo cui il Sessantotto (per la destra) e l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI (per la sinistra) furono i fattori scatenanti di questa battuta d’arresto epocale. Era tutto iniziato prima, nel 1965.

Come scrive lo storico Alain Besançon nel magazine Causeur questa settimana, “Guillaume Cuchet analizza brillantemente il disastro che ha travolto il lavoro di venti secoli in una generazione. Quando i 2.500 vescovi che per tre anni avevano discusso in San Pietro il Concilio Vaticano II, si baciarono per congratularsi, erano convinti che la chiesa cattolica avesse fatto un nuovo inizio. Per preparare questo luminoso futuro, il clero francese si affrettò a cambiare tutto. Nuova liturgia, nuova predica, nuovi libri. Ahimè, tre volte ahimè! Invece del boom previsto, è stata la debacle. Si dice che un milione e mezzo di praticanti regolari rimangano. Ci sarebbero il doppio di musulmani. Qual è la religione maggioritaria? Ma di questo declino, quali sono le cause? Il Vaticano II non è la causa, ma solo l’evento scatenante. Si stava preparando già prima: l’invecchiamento della popolazione, la diserzione delle campagne, l’abbandono dei giovani, la televisione, l’immigrazione...”.

Cuchet racconta lo smantellamento dei vecchi altari, la nuova liturgia “verso il popolo”, l’abbandono della talare, la nuova “familiarità con Dio”, la politicizzazione a sinistra, lo smarrimento collettivo. Secondo Besançon, “i fedeli non ebbero più il bisogno di ascoltare i sermoni che predicavano la moralità umanitaria, il buon spirito sociale, l’antirazzismo, la simpatia per tutte le religioni e altre raccomandazioni sentite ogni giorni in televisione”.

L’analisi che Cuchet fa dei discorsi dei sacerdoti, raccolti nei bollettini parrocchiali, mostra un cambiamento senza precedenti. Subentra una “religiosità vaga e ottimista”, con un pervasivo dominio dei temi sociali in una “complicità più o meno dichiarata con la cultura dominante”. Il massiccio abbandono della pratica cristiana fu accompagnato, se non in una certa misura facilitato, da una grande smobilitazione dei sacerdoti.

I fedeli ebbero la forte sensazione che anche “i preti non ci credessero più”, e questo secondo Cuchet ebbe effetti devastanti su di loro. Particolarmente preoccupante era il massiccio abbandono del sacerdozio, con diverse centinaia di casi all’anno dopo il 1965. Si tratta di un fenomeno eccezionale, incruento, a differenza delle déprêtrisations sotto il Terrore rivoluzionario nel 1793-1794. Da allora, il clero francese non si è più ripreso.

La Croix scrive che “le diocesi francesi perderanno in media un quarto dei preti attivi entro il 2024”. A Nantes, i sacerdoti diminuiranno della metà, da 148 a 75, e a La Rochelle da 104 a 45. Molte diocesi rischiano di essere cancellate dalla mappa della Francia. Nel 2016, c’erano poco meno di 16 mila sacerdoti in Francia. Ogni anno sono circa ottocento le morti naturali nel clero.


Data la tendenza quasi inevitabile, la Francia avrà appena seimila sacerdoti fra dieci anni. Erano 50 mila nel 1970. “Al ritmo attuale, tra dieci anni non ci saranno più di 80 preti diocesani contro i 180 attuali”, dice il vicario generale della diocesi di Tolosa, Hervé Gaignard. Nel 2015 sono stati ordinati 120 sacerdoti. Nel 2016, solo cento sacerdoti e non soltanto un quarto di essi è tradizionalista, ma una quarantina è rappresentata da vocazioni “tardive”, ovvero provenienti dalla società civile e non più dai seminari, da cui ne sono usciti soltanto 83 in tutta la Francia e su una popolazione di sessanta milioni di persone. Il declino appare inesorabile.

Questo collasso fu tanto più spettacolare in quanto i precedenti studi sociologici fino al 1962 erano sta- ti piuttosto ottimisti. Il progetto Boulard del famoso canonico, realizzato su un progetto iniziale del sociologo Gabriel Le Bras, aveva indicato il periodo postbellico come quello di una ripresa per il cattolicesimo francese. E poi, patatras! Nel marzo del 1975, tra molti altri studi e sondaggi, un’indagine rivelò un calo del 47 per cento nella pratica cattolica della diocesi di Parigi. Nel 1974, a Lille, fu scoperto che un terzo dei praticanti era scomparso, come svanito nel nulla.

Oggi siamo passati a meno del due per cento dei praticanti in tutta la Francia. La sociologa Danièle Hervieu-Léger ritiene che “in Francia la chiesa cattolica è entrata in una crisi da cui non può uscire”. La scristianizzazione sta progredendo significativamente.

Questa è la conclusione anche dell’istituto Csa in un rapporto di tre anni fa. Nel 1986, l’81 per cento dei francesi dichiarò di essere cattolico, il 69 nel 2002 e solo il 56 nel 2012, un calo di 25 punti in 26 anni. Allo stesso tempo, cresce invece la percentuale di francesi che dichiarano di abbracciare una religione diversa dal cattolicesimo: dal 3,5 per cento nel 1986 al 9 nel 2002 e all’11 per cento nel 2012. “La percentuale di cattolici negli adulti potrebbe scendere al di sotto della soglia simbolica del cinquanta per cento nei prossimi dieci anni”, secondo il Csa.

L’ultimo “Congresso missionario”, che in autunno ha tenuto la sua terza edizione a Parigi, ha individuato nella Francia una “terra di missione”. Un paese da riconvertire. “E’ pazzesco quando si vede lo stato di scristianizzazione del paese”, ha dichiarato all’Afp uno degli organizzatori, Samuel Pruvot. “In molte diocesi esiste ora l’addestramento alla missione”, afferma l’antropologa Valérie Aubourg, che insegna all’Università Cattolica di Lione.

Nel 1952, il 51 per cento degli adulti battezzati dichiarò di confessarsi una volta all’anno. Nel 1974,
quel numero era sceso al 29 per cento, poco più della metà. Istintivamente forse sapevamo tutto questo, ma quello che Guillaume Cuchet mostra è che questa rottura fenomenale ebbe luogo nella chiesa prima che nella società.
 
“‘La civetta di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo’, ha detto Hegel, suggerendo che lo storico, qualunque esso sia, è spesso un uccello di inquietudine per la vitalità degli oggetti che studia”, scrive Cuchet all’inizio del libro. “Boulard era solito iniziare citando alcune cifre significative. In Francia, diceva, circa il 94 per cento della generazione passata è stato battezzato entro tre mesi dalla nascita. Almeno il 60 per cento dei francesi ha partecipato al culto o ha digiunato il venerdì, il 25 per cento è andato a messa ogni domenica. Una domenica degli anni Cinquanta, alla messa poteva partecipare anche il cento per cento degli abitanti di un villaggio nel nord della Vandea”.

Adesso, secondo alcuni sociologi, “saremmo persino testimoni, in numero assoluto, di un ‘incrocio delle curve del fervore’ nella società francese tra islam e cattolicesimo. Non possiamo dire che stiamo vivendo la ‘crisi terminale’, come scrivono Emmanuel Todd e Hervé Le Bras, che promettono al cristianesimo più o meno lo stesso destino del comunismo”.

Non a caso, scrive Cuchet, dopo il 1965 escono i libri più duri contro il modernismo cattolico e che annuncia la fine. Nel 1966, il filosofo Jacques Maritain pubblica “Il contadino della Garonna”, una carica contro il “neo-modernismo” contemporaneo. Nel 1968, Louis Bouyer dà alle stampe “La decomposizione del cattolicesimo”, un’accusa implacabile delle tendenze cattoliche del suo tempo che probabilmente gli costarono la nomina a cardinale. Nel 1973, il sociologo domenicano Serge Bonnet firma “A hue et à dia”, in cui ha denunciato gli orientamenti, ai suoi occhi suicidi, della pastorale postconciliare. Nel 1974, il gesuita Michel de Certeau e Jean-Marie Domenach escono con “Le christianisme éclaté”. Nel 1976, Paul Vigneron pubblica la sua storia della crisi del clero francese. Lo stesso anno, Jean Delumeau fa scalpore con “Le Christianisme va-t-il mourir?”. “Tutta una serie di domande basilari, che sono il primo compito dello storico, non hanno trovato la loro risposta” scrive Cuchet. “Quando è avvenuta esattamente la rottura? Quanto velocemente? In che proporzioni? E’ stato brutale, progressista, entrambe le cose allo stesso tempo? Ha cause religiose, culturali, sociali?”.

Prevedibilmente, il cristianesimo in Francia sarà in grado di sopravvivere come una piccola minoranza assediata e rumorosa, ma può anche scomparire come sta succedendo nelle antiche terre della cristianità, l’Iraq e la Siria. Le domande poste nel libro da Cuchet restano inevase. Come l’idea che, da quel 1965, l’occidente non si sia mai davvero ripreso dopo quello choc culturale. Perché come ha scritto il sociologo laico Marcel Gauchet nel libro “Le Désenchantement du monde”, “se non succede nulla possiamo dire che in un secolo non resterà molto nell’Europa del cristianesimo”.
La chiameranno ancora “Europa”, ma sarà ancora di cultura europea?

Giulio Meotti, Il Foglio, 26-27 maggio 2018

lunedì 28 maggio 2018

XII giornata di formazione e convivialità, dedicata alla Dottrina Sociale della Chiesa

Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in città, 1338-1340, Siena

Sabato 2 giugno 2018 - Nocera Superiore (SA)

XII giornata di formazione e convivialità, dedicata alla Dottrina Sociale della Chiesa

«[…] servono itinerari pedagogici che rendano idonei i fedeli laici ad impegnare la fede nelle realtà temporali. Tali percorsi, basati su seri tirocini di vita ecclesiale, in particolare sullo studio della dottrina sociale, devono essere in grado di fornire loro non soltanto dottrina e stimoli, ma anche adeguate linee di spiritualità che animino l’impegno vissuto come autentica via di santità»

Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale su Gesù Cristo, vivente nella sua Chiesa, sorgente di speranza per l’Europa, «Ecclesia in Europa», del 28-6-2003, n. 41.

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Programma:

h. 10:00 accoglienza e recita del rosario;

h. 10:30 primo intervento, "Opzione Benedetto. La Dottrina Sociale della Chiesa, corpus di morale sociale, risposta alla Rivoluzione";

h. 12:00 secondo intervento, "Opzione Benedetto. Le proposizioni sociali nella Chiesa";

h. 13:15, pranzo

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Ristorante Famiglia Principe 1968, via Santacroce 13 - Nocera Superiore (SA)

Info: opzionebenedetto@gmail.com

venerdì 25 maggio 2018

La civiltà cristiana

[…] alla fine dell’Antichità, i cristiani, che vivevano in una cultura alla quale dovevano molto, la trasformarono dall’interno e la permearono di uno spirito nuovo. […] per dar vita a un’autentica civiltà cristiana. Con le imperfezioni inerenti a ogni opera umana, fu l’occasione di una riuscita sintesi fra la fede e la cultura.

Ai nostri giorni, questa sintesi è spesso assente e la rottura fra il Vangelo e la cultura è “senza dubbio il dramma della nostra epoca” (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, n. 20). Si tratta di un dramma per la fede perché, in una società in cui il cristianesimo sembra assente dalla vita sociale e la fede relegata nella sfera del privato, l’accesso ai valori religiosi diviene più difficile, soprattutto per i poveri e per i piccoli, cioè per la grande maggioranza del popolo, che impercettibilmente si secolarizza, sotto la pressione dei modelli di pensiero e di comportamento diffusi dalla cultura dominante. L’assenza di una cultura che li sostenga impedisce a questi piccoli di accedere alla fede e di viverla pienamente. […]

In questa fine di secolo è fondamentale riaffermare la fecondità della fede nell’evoluzione di una cultura. Solo una fede fonte di decisioni spirituali radicali è capace di agire sulla cultura di un’epoca. Così, l’atteggiamento di san Benedetto, un patrizio romano che abbandonò una società invecchiata e si ritirò nella solitudine, nell’ascesi e nella preghiera, fu determinante per la crescita della civiltà cristiana.

Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura, del 14-3-1997

mercoledì 23 maggio 2018

Leggere Guareschi per capire perché è crollata la nostra civilità

Il trasferimento da Trieste a Parma fu un trauma. A Parma non c’era il mare. Non avevo più la mia maestra: le altre avrebbero fatto la quinta senza di me, mentre io ero da un’altra parte con altre tizie e un’altra maestra: degnissime persone, certo, ma non mi interessavano.

Cominciai ad amare ferocemente Parma a Natale. Faceva un freddo maledetto, raggiungemmo i meno venti. Al mattino ci svegliavamo con i ghirigori alle finestre. Molto romantico, certo, ma tirarsi giù dal letto era una pena. A Natale mi regalarono Don Camillo. Non ero in grado di cogliere tutte le sfumature, certo, ma l’umorismo si. Profondamente cattolico, profondamente convinto come ogni persona di elementare buon senso nella profonda bontà di un mondo piccolo basato sulla famiglia, sulla terra, le vacche, l’alternanza delle stagioni, Guareschi è stato uno scrittore straordinario Il primo libro è del 48. Il primo film è del 52. Il regista era francese in quanto tutti i registi italiani rifiutarono. I film di Don Camillo ebbero un regista francese perché di registi italiani disposti a filmare una così plateale difesa degli odiati valori della tradizione, una beffa così aperta a chi considerava Stalin un paladino dell’umanità, non se ne trovò nemmeno uno.

Fortunatamente francese anche l’attore principale : Fernandel , perché è stato assolutamente perfetto. Mio padre era stato vicedirettore del carcere di Parma durante la detenzione di Guareschi, una decina di anni prima della mia nascita, e me ne aveva parlato come di una mascalzonata. Guareschi mi permise di innamorarmi di Parma, del fiume, della nebbia, del caldo insopportabile, del freddo porco, della facciata del duomo, della sagoma del battistero che uscivano dalla nebbia a novembre, splendevano di luce a maggio sotto nuvole di rondini. Don Camillo che parlava col Cristo crocefisso è uno dei personaggi più struggenti della cinematografia mondiale.

Guareschi descrive un mondo fatto di uomini, donne, sole infuocato e freddo porco, zanzare, filari e vacche. Era un mondo fatto di fatica (tanta), sudore, dolore (tanto) e gioie, poche ma totali. La guerra, il campo, il mitra, il bambino, e, su tutto, il suono delle campane che aleggia sulle acque del l’inondazione come lo Spirito di Dio ha aleggiato su quelle della Genesi. Un mondo condannato a morte che morirà ucciso dalla televisione e dai centri commerciali, con l’ultimo colpo di grazia dato dalla UE con le quote latte che ha ucciso le vacche e il mondo cui appartenevano. Poi sono arrivati il folle consumo di cannabis e simili, la crisi economica, la sicurezza sempre più impalpabile. Raggrumati su una natalità miserabile, ci avviamo a un’estinzione miserabile.

Per chi vuole capire come è successo, come è potuto succedere, ci sono due libri che lo raccontano. Entrambi parlano di Guareschi: e Guareschi aveva capito. Quel cristiano di Guareschi, di Paolo Gulisano (ed Ancora) e Lettere ai posteri di Giovannino Guareschi, di Alessandro Gnocchi, (ed Marsilio) sono due testi che ho letto con una stretta al cuore. Il libro di Paolo Gulisano è pieno di tenerezza, tenerezza verso la storia e verso la geografia, tenerezza verso Giovanni Guareschi e il suo ostinato elogio della bontà. Don Camillo nasce nel Natale del 46, per l’urgenza di chiudere una rivista. Una nascita straordinaria che Gulisano accosta a un’altra nascita straordinaria: il Racconto di Natale di Dickens, scritto nell’inverno del 1843 per l’urgenza di inviare qualcosa all’editore, un racconto pieno di dolore e di dolcezza. Il parallelo tra i due autori, tra le due narrazioni è geniale, uno di quei accostamenti che Paolo Gulisano riesce a fare grazie alla sua conoscenza infinita della letteratura, e ha ragione. Sono due racconti talmente pieni di tenerezza che ne hanno inondato il mondo.

Gulisano ricorda un piccolo dialogo tra Peppone e Guareschi, dialogo che non avevo capito, non avevo memorizzato, non gli avevo dato importanza. Peppone afferma di detestare ipreti clericali. Don Camilla obbietta chepreti clericalie una sciocchezza, e Peppone risponde che non lo è: Don Camillo per esempio è un prete non clericale. Il piccolo dialogo è la chiave di volta per capire la crisi attuale.

Nel libro di Gnocchi ho ritrovato il nostro restare allibiti. I preti clericali: sono coloro che pensano che la Chiesa sia roba loro, coloro che sono convinti che della Chiesa possono farne quello che vogliono. I preti clericali hanno dimenticato, sempre che si sia trattato di una dimenticanza, atto involontario, e non di un mostruoso atto volontario, che la Chiesa appartiene a Cristo e che gli uomini, il popolo e il clero, partecipano grazie a Lui. Il clero e il popolo: è il popolo che ha costruito le chiese: “Mangeremo pane e castagne, noi e i nostri figli, ma la chiesa ha da essere bella. E’ il popolo che ha scolpito le balaustre di marmo o quelle umili di legno, cercando di farle più belle che poteva, quelle balaustre che i preti clericali dopo aver pensato che l’Eucarestia si prende in piedi perché inginocchiarsi fa poco democratico, hanno svenduto a tutti i palazzinari degli anni sessanta: non c’era villetta di neo ricco che non avesse la balaustra di marmo a delimitare il bar. Erano i nostri altari quelli che sono stati sventrati, erano gli inginocchiatoi su cui le nostre nonne hanno detto il rosario per i mariti dispersi in guerra che sono stai dati via. Noi, il popolo, abbiamo tessuto l’oro e l’argento con cui sono intessuti i paramenti sacri profanati in una demente mostra a New York. I preti clericali che hanno sperperato il patrimonio della chiesa a del suo popolo per far costruire ad architetti atei le ripugnanti chiese postconciliari, che fortunatamente sono in cemento: crolleranno. I preti clericali quando svendono il patrimonio del popolo cattolico squittiscono che lo stanno facendo per i poveri. Anche Giuda il buono, precursore dei filantropi e anticipatore degli indignati, voleva vendere l’olio profumato omaggio a Cristo per soccorrere i poveri. Nell’amore di Dio i poveri saranno soccorsi, nella perdita dell’amore di Dio tutto e non solo i poveri sarà perduto.

Alessandro Gnocchi descrive molto bene l’orrore di Guareschi davanti a un ribaltamento di tutto. La perdita del sacro fu totale. Gli oggetti che il popolo aveva costruito, che aveva amato furono svenduti, furono disprezzati, fiumi di denaro furono sperperati per degli orrendi altari dove si celebrava un pranzo invece che un Sacrificio. Fu una violenza mai vista. Con conseguenze che investono ogni cosa. Culto e cultura hanno la stessa radice, quando si cambia un culto, tutta una civiltà si modifica. Non è possibile cambiare la liturgia senza cambiare il culto, non è possibile cambiare un culto senza modificare tutta una civiltà.

Se vogliamo capire come è successo che una civiltà quasi bimillenaria sia crollata in due generazioni leggiamo Gulisano e Gnocchi che ci raccontano di Guareschi. Guareschi aveva capito. Facciamo di nuovo suonare le nostre campane. È l’unica cosa che può salvarci.

Silvana De Mari, La Verità, 19 maggio 2018


martedì 15 maggio 2018

Il Sessantotto, contro il Sessantotto. Cinquant’anni dopo.

Di seguito la relazione rivista, accresciuta e annotata di Giovanni Formicola al Convegno "Sessantotto e Humanae Vitae. Due antropologie contrapposte" tenutosi a Parma il 7 aprile 2018.

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I Sessantotto sono due1, entrambi esito del plurisecolare processo rivoluzionario gnostico e anti-cristiano in corso, che si articola in profondità nelle tendenze-inclinazioni-costumi, nelle idee e nei fatti2. Ennesima sfida della storia, di cui ogni fase di tale processo rivoluzionario pretende d’essere un nuovo inizio, da cui ricominciare a contare i giorni di un mondo nuovo, in un tempo nuovo, per un uomo nuovo.

Uno – mutuando la definizione dal titolo del pregevole studio del compianto Enzo Peserico (1959-2008)3 – è quello del piombo. È la versione politica del Sessantotto, ultimo colpo di coda rivoluzionario del comunismo in Occidente. Essa è declinata in termini di agitazione e violenza gruppuscolare, di organizzazione terroristica che si dà una struttura militare, di cui sono forma paradigmatica le Brigate rosse, spacciati come risposta alla violenza del sistema. I suoi sono gli Anni di Piombo. È una stagione di violenza programmata, che insanguina le strade, e lascia dietro di sé un lungo corteo di giovani e giovanissimi figli strappati ai genitori, di orfani, di vedove, di uomini e donne menomati per sempre nel corpo e nell’anima. E questo con il cinico pretesto che ad essere colpita è la divisa, la toga, la funzione sociale repressiva o contro-rivoluzionaria, non la persona, che naturalmente trae conforto, e con essa i familiari e gli amici, per il fatto di non essere stata colpita in quanto tale.

Quasi tutti i protagonisti – rectius, gli assassini –, sopravvissuti a quella stagione, sono ormai in libertà (e addirittura pontificano). Eppure anch’essi hanno ucciso magistrati, esponenti delle istituzioni e delle forze dell’ordine, come hanno fatto i mafiosi. Ma per questi ultimi, se non pentiti, non v’è alcuna prospettiva di uscire dal carcere da vivi. Qui si riflette il pregiudizio – minoritario, ma potente – favorevole ai terroristi e ai militanti dei gruppuscoli violenti rossi, che può essere sintetizzato nella stanca litania, però lottavano per un ideale di giustizia, libertà, eguaglianza e fratellanza. Non mi spendo per confutare tale pregiudizio in sé stesso («il comunismo è intrinsecamente perverso»4, giammai un bel sogno: attenti ai sognatori, generano mostri), se non ricordando con Solzenicyn che se il mezzo è ignobile, anche il fine è ignobile5. E comunque, il comunismo avrebbe voluto – vuole – prendersi tutta la vita e anche l’anima di ognuno, la mafia solo (si fa per dire) un po’ (si fa per dire) di danaro e potere.

L’esplosione della violenza rivoluzionaria e terroristica del Sessantotto di piombo può sembrare causata da un moto di ribellione contro il moderatismo delle forze storiche della sinistra socialcomunista, in particolare del Pci. E da un rifiuto – sessantottino, appunto – delle strutture di partito rigidamente autoritarie, gerarchiche e burocratiche, in nome di un certo spontaneismo armato verso la guerra civile rivoluzionaria. Ma non bisogna farsi ingannare. Se queste sono state le motivazioni della gran parte dei militanti, il fenomeno non però è né indipendente né estraneo al movimento comunista internazionale del suo tempo, di cui costituisce articolazione secondo la dialettica paura/simpatia: i terroristi e gli ultras fanno paura, e quindi il Pci istituzionale fa simpatia e rassicura. Basti pensare ai finanziamenti, all’organizzazione e all’addestramento, specialmente nei campi palestinesi (non capisco come si possa essere dalla parte di costoro), assicurati dai servizi segreti dell’impero sovietico, e all’album di famiglia del Pci.

In effetti,

«In Occidente il Pci e il Pcf dovevano rassegnarsi al dominio imperialista e rinunciare a lottare subito per il potere. Essi avevano però il dovere di prepararsi a farlo, anche costituendo unità di combattimento e depositi di armi, in vista dell’inevitabile conflitto tra Mosca e Washington, che non bisognava però provocare finché la seconda avesse goduto del monopolio atomico»6. E perciò, il Partito conserva quell’apparato clandestino illegale ed armato7 la cui esistenza ed organizzazione era condizione di adesione alla Terza Internazionale8. In occasione della riunione costitutiva del Cominform a Szklarska Poreba, in Polonia, il 22-27 settembre 1947, «Longo [Luigi (1900-1980)] con dignità e una certa fierezza, “Vi assicuro” dice fra l’altro “che il nostro partito dispone di un apparato clandestino di speciali squadre che sono dotate, per il momento in cui sarà necessario, di ottimi comandanti e di adeguato armamento”». E tutto questo è reso possibile anche da una certa benevolenza complice della polizia, che, come Togliatti riferisce nel 1946 all’ambasciatore sovietico a Roma, «lascia in pace le forze di sinistra e nello stesso tempo dimostra il suo attivismo nel perseguire e liquidare l’attività dei fascisti e dei monarchici. Se la polizia di Roma avesse voluto in questi giorni dare un’occhiata a cosa succede in certe sezioni dei partiti di sinistra avrebbe scoperto alcuni seri mezzi di difesa»10. Non è da escludere che «l’apparato», come i comunisti denominavano la loro organizzazione armata clandestina11, «inabissatosi», sia poi riemerso all’epoca del terrorismo prima gruppuscolare e poi professionalmente e militarmente organizzato12.

L’altro Sessantotto, recita il titolo cui mi rifaccio, è quello del desiderio – specie quello attinente alla sfera dell’eros, tanto che viene detto anche Rivoluzione sessuale, ma meglio sarebbe dire erotica. Del desiderio che pretende copertura giuridica, che vuol diventare diritto13. Così come della dissacrazione e dell’irrisione.

Non foss’altro che per ragioni di attualità, mi diffondo soprattutto su questo.

«A quarant’anni di distanza, ciò che resta di quel complesso movimento politico, culturale e sociale che chiamiamo, per brevità, il Sessantotto è soprattutto una sorta di “pensiero socializzato” largamente operante nella mentalità corrente e nei comportamenti diffusi in ampi settori della nostra società». Questa considerazione, con la quale il prof. Roberto Pertici – docente di storia contemporanea nell’ateneo bergamasco – apre il suo saggio, prezioso e originale per l’approccio al tema, intitolato L’altro Sessantotto italiano: percorsi nella cultura anti-progressista degli anni Sessanta 14, coglie la realtà del fenomeno che non ha perso di attualità, anche cinquant’anni dopo, e continua la sua corsa, rimane «corrente» e «operante».

La felice sintesi in una breve frase – nella quale, chi può, avverte l’eco dell’analisi strutturale dei fenomeni rivoluzionari dello storico e sociologo francese Augustin Cochin (1876-1916) – dell’essenza e della vigenza del Sessantotto come «categoria culturale permanente», infatti, permette di risparmiare molte parole e di tenére rem.

E subito dopo, un’altra considerazione illuminante spiana la via verso una comprensione sempre migliore del nostro tema. Comprensione senza la quale, è ovvio, non sono possibili né un giudizio (diagnosi, per quel che mi riguarda, apparendomi chiaro il suo carattere di morbo) corretto, né un’azione (terapia) adeguata. Perché è solo vero che la cultura del Sessantotto è segnata dal «prepotente riemergere della “passione rivoluzionaria”, dell’idea, cioè, che l’unico tipo veramente risolutivo di mutamento politico-sociale sia quello che rompe radicalmente con la tradizione: la Rivoluzione (con l’iniziale maiuscola) diventa così la soluzione del problema della storia. Questa “cultura della Rivoluzione” [che invero a me sembra è presente da ben più di due secoli, e rimonta almeno al tempo dell’umanesimo secolarizzato e anti-cristiano15] […] matura nel tardo Settecento, nella negazione di uno dei temi centrali della tradizione cristiana (lo status naturae lapsae, il peccato originale) e nella sua riduzione a problema politico e sociologico» (pp. 184-185). Tale evidenza spiega il fenomeno rivoluzionario – e quindi il Sessantotto come parte di esso – nella sua radice, e soprattutto nella sua incapacità strutturale di mantenere le promesse di cui è generoso, che fatalmente si rivelano per quel che sono: minacciose utopie, destinate a scontrarsi sanguinosamente con la realtà dell’umana natura, che resiste ai tentativi di trasformarla, di ri-crearla e divinizzarla secondo un progetto ideologico16.

È perciò naturale – com’è naturale orientarsi per chi possiede le coordinate – insieme con il professor Pertici riconoscere «[…] la vera svolta culturale degli anni Sessanta […]: l’affermarsi vittorioso e per molti aspetti inarrestabile (almeno fino a oggi) della “mentalità progressista”, come presupposto tacito della pratica culturale in Italia come in Europa occidentale. Intendo riferirmi a quella forma mentis che avverte il passato e la tradizione essenzialmente come un condizionamento oppressivo da cui liberarsi […]. In quegli anni si parlò continuamente di filosofia militante, politica della cultura, rinnovamento radicale attraverso la scienza, liberazione dai pregiudizi, demitizzazione, secolarizzazione: tutte articolazioni di un medesimo atteggiamento mentale. Comune a esse era un sottinteso fondamentalmente relativistico: i criteri del vero e del falso, del bene e del male venivano, di fatto, sostituiti dai loro equivalenti moderni, quelli di “progressivo” e di “reazionario”, di “innovativo” e di “tradizionale”» (p. 188).

In quest’opera di contestazione (uno dei nomi del Sessantotto) e demolizione della cultura e del senso comune tradizionali e cristiani – pertanto italiani –, l’autore individua uno strumento privilegiato, in qualche modo forgiato dall’opinione, elaborata e diffusa in alcuni ambienti intellettuali, che fosse «fallita» l’intera tradizione occidentale per il fatto che era sboccata nel fascismo e nel nazismo. Da qui l’esigenza di farne piazza pulita e di ricostruire tutto ab imis. Opinione peraltro condivisa anche da gruppi e ambienti cattolici che furono poi detti, e talvolta si dissero da sé, «progressisti». Vengono così contestati «sessantottescamente», quando non la stessa Chiesa e il ruolo del suo Magistero, certamente del cattolicesimo la storia e la cultura filosofica (troppo «ellenistica», questa), nonché la dottrina politico-sociale (troppo conservatrice, quando non reazionaria) e finanche la lex orandi, la liturgia, progressivamente secolarizzata, quando non contaminata da modelli tribali, patetici e infantili17, specialmente per quel che riguarda il canto in chiesa, oggettivamente brutto e dissonante (per non parlare dell’architettura e l’iconografia, e non ne parliamo). L’assemblearismo, con il collegialismo ideologico, è proposto e talvolta imposto contro la struttura gerarchica della Chiesa. La Messa ormai è detta da tanti «assemblea», sia pure con un «presidente», ed eccessivo appare il coinvolgimento dei laici in sacris. Tale posizione «cattolica» non è estranea neppure al suddetto Sessantotto politico. Anzi è autorevolmente ritenuta una delle cause dei moti sessantottini e addirittura dei fenomeni terroristici: la teologia della liberazione indurrà non pochi chierici alla lotta armata18.

A questo punto mi permetto una digressione sul Sessantotto nella Chiesa, ovvero il Sessantotto cattolico, cioè dei cattolici.

«La Chiesa attraversa, oggi, un momento di inquietudine. Taluni si esercitano nell’autocritica, si direbbe perfino nell’autodemolizione. È come un rivolgimento interiore acuto e complesso, che nessuno si sarebbe atteso dopo il Concilio. Si pensava a una fioritura, a un’espansione serena dei concetti maturati nella grande assise conciliare. C’è anche questo aspetto nella Chiesa, c’è la fioritura. Ma poiché “bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu”, si viene a notare maggiormente l’aspetto doloroso. La Chiesa viene colpita pure da chi ne fa parte »19.

Se leggo questi versi senza presentarli – «Dio! Spezza i loro denti nella loro bocca»; «Il giusto gioisce perché vede la vendetta;/ i suoi passi, li lava nel sangue del malvagio» –, credo che pochi riconosceranno il Salmo 58 (vv. 7 e 11), eliminato (censurato?20) nel 1971 dalla liturgia delle ore a causa di «certe difficoltà psicologiche»21, così come è stata eliminata la supplica della Veglia di Pasqua «Ut inimicos Sanctae Ecclesiae humiliare digneris, te rogamos audi nos!». Sembrano anche questi fenomeni di quell’autodemolizione denunciata dal beato pontefice, per cui nella Chiesa si tende a relativizzare, con falsa umiltà, la propria assolutezza e unicità22 – ovviamente come sacramento, come Corpo mistico, come Madre e Maestra di Verità e Arca di salvezza –, cancellando o sottacendo ogni riferimento a nemici da combattere, e così anche ad ogni dottrina che divida, che ponga in rapporto di crisi con il mondo e con le altre religioni. Si giunge fino al punto di correggere, mediante censura, la Parola di Dio, in una sorta di Marcionismo di ritorno che si applica anche al periodo cosiddetto pre-conciliare. È quasi un fraternalismo senza Padre, in quanto si risolve in una dimensione orizzontale, irenista, pacifista, che sostituisce il dialogo – che è certo una modalità umana e perciò cristiana di rapporto con il prossimo – all’insegnamento con autorità. Come scrive nel decennale del Sessantotto un altro compianto esponente della cultura schiettamente cattolica, Emanuele Samek Lodovici (1948-1981), «[…] al posto della capacità d’indignarsi, di utilizzare santamente l’ira che, come dicevano i classici, aiuta la ragione “ad ergersi più gagliarda contro il male” [così Gregorio Magno, Moralia in Job, 5, 45; san Tommaso aggiunge anche che fortis assumit iram ad actum suum], abbiamo avuto e abbiamo tutte quella clorotiche, timide, melense, cremose esortazioni all’abbraccio, all’amore […]. Tommaso e Aristotele […] consigliavano di guardarsi dall’illecita pietà, dal confondere l’amore con la comprensione, perché dietro la pietà per gli altri vi può stare nascosta la pietà per sé stessi, vi può stare nascosta una sorta di servizio reso anticipatamente ai nostri difetti, perdonandoli in altri». Cioè a dire, si preferisce ignorare che «il male c’è, ed è all’opera tragicamente nel mondo»23, pur di non impegnarsi a combatterlo, anche, se non specialmente, interiormente.

Inquadro questi fenomeni, così rapidamente e solo emblematicamente riassunti (trascuro la TdL solo perché meno attuale), in un Sessantotto nella Chiesa non perché i grandi fenomeni della Rivoluzione non si fermano sul sagrato. Anzi, per il loro carattere universale, totale, dominante e unitario24, essi penetrano come «fumo di Satana [anche nel] tempio di Dio»25, e come vedremo, da esso in un certo senso principiano. Ma per due ragioni, che rimandano agli elementi costitutivi del Sessantotto

Il primo è la disobbedienza – quidditas della Rivoluzione, ch’è eco storica del non serviam26 luciferino, nel prologo in cielo27 di questa diuturna battaglia –, che emerge quasi in purezza nel Sessantotto, costituendone la cifra, almeno nel senso di cui tra poco. E i fatti di cui s’è detto, tutt’ora attuali, la esprimono. Si disobbedisce a Dio tanto quanto non corrisponde alla propria psicologia, fino a censurarne, anche tacendola o eccependone l’incertezza (non ne abbiamo registrazioni), la Parola. Si disobbedisce alla Tradizione e alle tradizioni. In modo tipicamente sessantottino, si radicalizza e semplifica l’idea – già illuminista, idealista e modernista – che il nuovo, finanche nella liturgia e nelle devozioni, è criterio positivo, mentre il vecchio è negativo e va abbandonato. Si disobbedisce, più che altro riducendola ad un ruolo formale e tutt’al più di coordinamento di mille e mille impegni, all’autorità, ma quando questa è percepita rivoluzionaria diventa più assoluta di qualsiasi assoluto.

Il secondo è la fretta, una fretta esistenziale ed escatologica, che pretende un nuovo inizio, per la quale diamo voce a Benedetto XVI e a Joseph Ratzinger.

«[…] Nel dopo-Concilio, la cesura del ‘68, l’inizio o l’esplosione – oserei dire – della grande crisi culturale dell’Occidente. […] comincia, esplode la crisi della cultura occidentale, direi una rivoluzione culturale che vuole cambiare radicalmente. Dice: non abbiamo creato, in duemila anni di cristianesimo, il mondo migliore. Dobbiamo ricominciare da zero in modo assolutamente nuovo; il marxismo sembra la ricetta scientifica per creare finalmente il nuovo mondo. E in questo – diciamo – grave, grande scontro […] una parte era del parere che questa rivoluzione culturale era quanto aveva voluto il Concilio, identificava questa nuova rivoluzione culturale marxista con la volontà del Concilio; diceva: questo è il Concilio. Nella lettera i testi sono ancora un po’ antiquati, ma dietro le parole scritte sta questo spirito, questo è la volontà del Concilio, così dobbiamo fare»28.

«[…] ’68: la politica si erge a religione, e la religione si converte in passione politica. La fede nella trascendenza e nel destino eterno dell’uomo vien meno […]. Rimane però l’aspettativa d’una salvezza incondizionata […] che […] dev’essere ora conquistata in questo mondo mediante le sole proprie forze. Così però si carica la politica di un’attesa alla quale essa non può corrispondere. La religione fattasi politica esige troppo dalla politica stessa e diviene così fonte di disintegrazione dell’uomo e della società»29.

La Gerusalemme non cala dal Cielo, ma sale, deve salire per opera dell’uomo dalla terra e sulla terra deve avvenire. Non si può attendere l’al di là. I poveri stanno ancora aspettando, e il tempo della Chiesa ha un nuovo terminus a quo, il Concilio.

Torniamo al Sessantotto universale. Questo rifiuto dell’attesa, questo culto dell’hic et nunc è gnostico. Come magistralmente è stato illustrato da Eric Voegelin 30 – a mio avviso il più grande scienziato della politica del XX secolo – l’incertezza dell’esito finale (eschaton, di cui la Rivoluzione gnostica è la pretesa immanentizzazione), unita con tutte le cause di sofferenza nella vita (Esiodo enumera la povertà, la malattia e la morte, la necessità di lavorare, le relazioni tra i sessi), induce ad un paradigma – che si ripresenta nelle forme più diverse attraversando la storia –, radicalmente rivoluzionario. Radicalmente, in quanto non contro questo o quell’ordine storicamente costituito, ma contro l’ordine stesso dell’essere, che assume mal fatto e che quindi contesta in sé, prim’ancora che nelle determinazioni fattuali. Esso, oltre al giudizio critico sull’essere – per cui la colpa non è mia se le cose non vanno bene, ma di com’è fatto il mondo –, si nutre dell’idea ch’è possibile con una formula (gnosi/ideologia), da applicare al reale attraverso l’azione, ricuperare qui e ora il paradiso perduto (e negato da un dio cattivo, che ci tiene prigionieri), cioè liberare l’uomo, diventato nuovo, definitivamente dal male (inteso male) e dalla sofferenza. Al di là della specifica consapevolezza dei suoi attori, anche di vertice, è questo lo spirito che ha innescato e anima il processo rivoluzionario, che da oltre cinque secoli ha colpito la civilizzazione cristiana per colpire la Chiesa – togliendole l’habitat accogliente –, cioè la continuazione nella storia della presenza del Signore Gesù. La gnosi 31 nega il peccato originale nel senso del dogma cattolico – cioè come colpa del primo uomo e unica causa strutturale e meta temporale del male e delle ingiustizie nel mondo creato –, e mette sotto accusa il Creatore in vari modi, che qui è inutile specificare. Il peccato originale, ridotto «a problema politico e sociologico», può essere eliminato dall’azione umana organizzata ideologicamente (gnosticamente), come la zizzania che infesta il campo, nonostante che la Parola di Cristo smonti preventivamente e sconsigli vivamente questa utopia rivoluzionaria 32.

E così, quella che chiamo Rivoluzione – ma il suo nome potrebbe essere anche modernità, in senso non cronologico – individua un peccato originale immanente al mondo da sradicare. Crede così di sanare per sempre la religione – lo spogliamento non può cominciare dalle mutande – e la Chiesa dai suoi difetti umani, eliminando il sacerdozio ministeriale e quindi la gerarchia docente. E se pure questa fosse zizzania, sradica con essa il buon grano dell’Eucaristia. Spezza perciò il legame con la Verità assicurato dal magistero, illudendosi di liberare il credente. La prima Rivoluzione, Cristo sì, Chiesa no33, il protestantesimo. Crede poi di sanare i mali politici eliminando ogni autorità intermedia tra il potere pubblico e il singolo. Sopprime allora i corpi storici, la cui aggregazione forma la società organica, che atomizza, e la stessa autorità regale. Spezza anche i legami tra potere e morale, relegando Dio in Cielo, il che nega a Chiesa ogni facoltà d’intervento nella vita temporale. Lascia così i singoli e i corpi naturali soli e inermi di fronte al potere anonimo e incontrollato dello stato moderno, che basta a sé stesso e occupa tutta la scena quando diventa popolare. E nella migliore delle ipotesi è il potere totale della maggioranza, che troppo spesso però continua a scegliere Barabba. La seconda Rivoluzione, Dio sì, Chiesa no, illuminismo e Rivoluzione in Francia. Crede, successivamente ancora, di sanare i mali economici negando Dio, sopprimendo la proprietà privata dei mezzi di produzione e il patrimonio familiare, cioè la famiglia, con il divieto o quanto meno le imposte progressive di successione, spezzando il legame ordinato con il creato, e con l’odio e la lotta di classe il buon legame tra padrone e dipendente. La terza Rivoluzione, Dio è morto, marxismo e comunismo leninista. Infine, riprende, socializzandola, la sua dimensione culturale che ne fu prologo con l’umanesimo34 ateo. La quarta, secondo la ricostruzione proposta da Plinio Corrêa de Oliveira35, è logica conseguenza delle prime tre. Esse contenevano in nuce il suo paradigma permissivo e libertario: negazione del magistero autorevole, della gerarchia religiosa e divorzio nel protestantesimo; sadismo erotomaniaco e libertinismo nell’illuminismo e nella Rivoluzione detta francese; soppressione della famiglia e libero amore nel primo progetto bolscevico. Proclama la terminale abolizione emancipazione da autorità e legge morale, e cerca il paradiso perduto nella società permissiva36. Lo scatenamento degl’istinti, delle emozioni e delle passioni, inevitabilmente correlati a insofferenza per le regole e per l’autorità, non è più o non è più solo fatto individuale e caratteriale, ma teorizzato e socializzato, attitudine e paradigma diffuso in qualunque status sociale e generazionale e garantito pubblicamente. Si tratta ormai di eliminare insieme con la proprietà (socialcomunismo) la morale tradizionale, e spezzare ogni altro legame residuale fuori e dentro (emblematica è la recisione del cordone ombelicale ad mortem) di sé. La IV Rivoluzione è perciò micro-strutturale37, è come la polvere che s’è sollevata e che tutto ha coperto e intossicato dopo la caduta delle torri gemelle, cioè dopo la caduta diffusa ed emblematica delle istituzioni e degl’istituti macro-sociali che proteggevano la persona anzitutto da sé stessa e dagli effetti del peccato originale. È Rivoluzione iper-edonista e dissacrante. Difficile perciò da afferrare, anche concettualmente. 

La Rivoluzione nelle sue tre fasi che precedono quella culturale, può avere, per prima icona, l’etiope, ma che respinga Filippo (At., 8, 26-40), rimanendo solo solo con il suo Libro di cui può fare quel che vuole. Poi, seconda icona, quella del filosofo-legista intento a scrivere una costituzione perfetta, in forza della quale non ci sarà più bisogno d’essere buoni28, mentre intorno a lui cadono le teste. Terza icona, quella dell’operaio bolscevico muscoloso e dalla mascella quadrata (si noti come questi modelli corrispondano a quelli del fascismo, unico socialismo dal volto umano della storia), tutto proteso verso l’avvenire armato di falce e martello, strumenti idonei a costruire il GULag. Quale sarà l’icona del Sessantotto? Qualcuno potrebbe pensare all’operaio di cui sopra, che si è fatto crescere barba e capelli, ed è diventato irsuto. Può essere. Bisogna però aggiungere – e questa è la cifra – che s’è anche strappato via la veste e le vesti39. Ha scelto d’inselvatichirsi. L’uomo, infatti, nasce nudo, ma poi viene vestito e si veste. Gli abiti rappresentano la civilizzazione, il passaggio tramite l’educazione del barbaro, che ciascuno di noi è alla nascita, alla civiltà, al quale transito l’unica alternativa è appunto l’inselvatichimento. Ma è un uomo selvatico che conserva la tecnologia e la sua potenza. L’icona antropologica del Sessantotto è dunque il neo-selvaggio tutto istinto e passione, tutto diritti e senza doveri, che non ragiona più logicamente – la barbarie della riflessione40 che non si sottomette più al reale e al suo ordine, a gerarchie e impegni. Il rifiuto riguarda l’essere e il suo Creatore. Il paradiso, la liberazione dal male, è l’erba voglio a disposizione, che grazie all’iper potere tecnologico non è stata mai così abbondante.

O se volete, considerando la cosa da un altro versante, icona del Sessantotto – cioè d’una sua articolazione, la dialettica di rivalsa femminista, contro la propria natura orientata alla fecondità e contro il maschio, ch’esso innesca e alimenta – può essere anche una donna che impugna, anzi ostenta compiaciuta, una pompa di bicicletta che procura aborti, emblema, la donna non il gonfiatore, dell’inversione morale 41.

Il protestantesimo nega il Padre negando il sacerdozio; la Rivoluzione in Francia negando anche il re e ogni autorità intermedia; il Comunismo, negando anche il padre e il padrone. Il Sessantotto è il rifiuto finale anche dell’auto-paternità, è una volontà di potenza che nega ogni dipendenza – anche dal dato di natura: Io sono mia, anche se non mi sono fatta da sola – e obbedienza, e come dicevo prima in modo metafisico. Non si è cioè al cospetto di meri episodi di ribellione e disobbedienza ai genitori, ai maestri, ai propri superiori, alle istituzioni, alle autorità d’ogni tipo. È una libido dominandi – vissuta nella dimensione solipsistica – che si rivolta «contro la propria natura e contro Dio»42. È un’anti-antropologia, contrapposta a quella naturale e rivelata all’uomo da Dio stesso, dell’obbedienza alla quale l’enciclica ad esso contemporanea, Humanae vitae, è un’alta testimonianza. Alcuni slogan tipici del Sessantotto sintetizzano questa sua cifra. Dio è morto; Lotta dura contro natura; Vietato obbedire; Vietato vietare; Vogliamo tutto, e subito; Fantasia al potere (contro, come si disse, la camicia di forza della ragione aristotelica: ed infatti in una scalmana diffusa hanno completato il proprio impazzimento anche architettura, pittura, musica, etc.). L’utopia egualitaria e libertaria – che si è sempre risolta nel suo contrario, supremazia assoluta e senza limiti di pochi o pochissimi su tutti e soppressione d’ogni autentica libertà, a cominciare da quella religiosa e di dire la verità – si svolge in modo peculiare. La ragione viene liberata dalla logica e da qualsiasi residuo di metafisica – il che causa il caos semantico, la babele dei significati, e il pensiero minimo, che impedisce ogni autentico dialogo, ch’è tale solo se si eleva alla trascendenza 43; gl’istinti dal pudore 44 e dall’auto-controllo –, il che causa il disordine morale diffuso, ma anche il disordine sociale e l’incremento dei fatti di violenza. L’egualitarismo e il libertarismo – i valori della Rivoluzione, generati da orgoglio e sensualità dominanti e sfrenati – sopprimono la gerarchia interiore (la Rivoluzione in interiore homine), per cui ogni pulsione viene legittimata. E la volontà – tale s’è al servizio della ragione, e si svolge nell’ordine dell’essere da questa individuato – liberata diventa libito, libido, voglia45. Persino le forme di cortesia sono bandite, i titoli di riguardo calpestati, in nome della libera spontaneità anti-formalista e dell’egualitarismo tuteggiante. Il turpiloquio facile esprime questo rifiuto delle inibizioni, dell’autocontrollo e delle gerarchie, insieme con il rifiuto del decoro esteriore, cui viene dichiarata una vera e propria guerra: abbigliamento casuale e tratto becero, ostentatamente becero.

L’uomo spirituale46, che sa di dover essere salvato, soccombe all’uomo psichico, che pretende solo di essere accontentato e soddisfatto nei sensi. Come un bimbo viziato e capriccioso.

Dicono niente erotismo, anche se non soprattutto virtuale, ultraprecoce, la criminalità infantile, gli insegnanti terrorizzati dal teppismo gratuito degli allievi ma anche dalla prepotenza dei genitori, l’incapacità diffusa di concentrarsi e di seguire un filo logico, il rifiuto panico del silenzio e della contemplazione? Il vento seminato è diventato tempesta. E la felicità promessa sembra per l’ennesima volta assente dal quadro. Gl’istinti sono liberati, ognuna è sua, ma il male, anche il male di vivere non è scomparso, anzi s’è accentuato. Basterà porre mente ai crimini sessuali che venivano attribuiti alla repressione del desiderio e dell’eros, e al loro contrappasso, #MeToo, che demonizza anche l’approccio, detto una volta corteggiamento.

Il principio anti-antropologico del Sessantotto è dunque da rinvenire nell’«[…] egotismo – […] soggettivismo-volontarismo del pensiero e della morale» 47.

«L’amor Dei e l’amor sui,[…] sono tradotti [da Santayana] in uno spirito che armonizza la psiche – collocandola nel mondo – e nell’egotismo, il quale si illude che la psiche sia in grado di possedere la forza e la dirittura morale per imporsi sul mondo. L’egotismo è ribelle alla saggezza dello spirito, la cui funzione è di adattare la natura umana ai fatti, “cosicché vivendo in armonia con loro, possa vivere in armonia con sé stessa”. Lo spirito che è diventato “egotista” scambia i suoi pensieri sul mondo per il mondo stesso e regredisce dalla moralità razionale al dettato pre-razionale della passione. Il criterio generale della crisi […] è la perdita di esperienza e saggezza che fu incarnata nel cristianesimo, e la rinascita, in suo luogo del “paganesimo”» 48.

Una delle cause culturali profonde dell’egotismo è stata – almeno in area anglo-americana e germanica – la pseudo riforma protestante, che ha negato l’ascesi negando la mistica, così riducendo la virtù ad un’esistenza regolata, al decoro borghese, al successo professionale. Il sostanziale naturalismo morale, cioè moralismo, che ne è seguito e si è fatto largo con lo spirito piccolo borghese («un rapporto assoluto con le cose relative» [Kierkegaard]) anche in area cattolica, ha lasciato solo e irredento l’uomo. Ma lo ha lasciato anche carico di amore inespresso, d’insoddisfazione e di angoscia per il Weltschmerz, il «dolore del mondo». E a causa di tale «chiusura del Cielo», senz’altra guida che sé stessa e tutta in sé stessa concentrata, parte dell’umanità moderna confida soltanto nella sua volontà, cui attribuisce un potere quasi magico, nella prospettiva di aiutare il mondo spiritualmente disgregato, che ha perso l’ordine perché ha perso il significato che lo fonda. Ma questo tipo umano non può dare ordine perché gliene mancano le coordinate e i principi, ed allora il suo «generoso» slancio si risolve in un’attitudine ben descritta nella figura, tragica – e per noi altamente simbolica dell’itinerario rivoluzionario – dell’Empedocle protagonista di una tragedia di cui Nietzsche ci ha lasciato gli appunti.

«Empedocle: “Come divinità vorrebbe aiutare; come uomo, pietosamente vorrebbe distruggere. Come demone, egli distrugge se stesso”»49.

Il Sessantotto è proprio questo. Dalle buone intenzioni distruttive del (cattivo) ordine vigente per redimere da esso il mondo, che lasciano solo morte, macerie, miseria e disperazione (basti pensare all’esito d’ogni episodio rivoluzionario, sempre e ovunque), alla definitiva auto-distruzione dell’uomo invece che il superuomo emancipato da ogni vincolo e inibizione, fino all’onnipotenza, detta auto-determinazione, sulla propria e altrui natura50. E non mi riferisco agli innumerevoli morti, dal Sessantotto al momento in cui vi parlo, per suicidio (e non motivato dalla disoccupazione). O per quel suicidio differito nel tempo che è l’assunzione di droghe51, come modo di modificare l’insopportabile – senza fede speranza e carità – reale, non nei suoi costitutivi (impossibile), ma nella sua percezione soggettiva, da inferno a paradiso (artificiale, cioè falso). E neppure ai morti morali per depressione, o a quelli spirituali per accidia totale. Che pure, gli uni e gli altri, sono – certo non in modo assoluto e totalizzante – anche effetti del Sessantotto. Mi riferisco all’auto-distruzione che consiste nel ridurre l’uomo ad un fascio di pulsioni e istinti da soddisfare nella ricerca d’un piacere che non basta; che consiste nel trasformarsi e nel trasformare il soggetto umano in un prodotto di laboratorio; che consiste nella pretesa d’essere signore dell’altrui e propria vita non già più in un campo di concentramento, ma nella stanzetta d’un ambulatorio. È la nuova (rectius, inversione) morale, costruita sulla critica alla morale borghese, che spesso non era altro che la morale vera, e se ne fosse stata degenerazione ipocrita, sarebbe stata piuttosto da restaurare e re-autenticare.

In altri termini, se

«[…] da oggi in poi l’uomo è il solo creatore possibile delle proprie leggi e il solo costruttore possibile della propria storia [Hannah Arendt]

Se

«[…] l’uomo è il nuovo legislatore, e sulle tavole cancellate del passato egli scriverà le “nuove scoperte della morale” […]

Allora

 «Ciò suona come un incubo nichilistico»52.

Sì, il Sessantotto è in tutti gli effetti e atteggiamenti sin qui evocati. In Italia, la sua prima immediata ricaduta istituzionale – poi ci sarà una tragica sequenza, dall’aborto alle unioni civili omoerotiche –, nel 1970, è il divorzio. Esso è alle origini, con la liberazione della donna – ovviamente qui intesa in senso ideologico, e in quanto tale in realtà schiavizzazione delle donne, ridotte sempre più spesso a genere di consumo e deprivate della dimensione naturale sponsale e materna53 –, della fine del matrimonio54. Infatti, come può un uomo reso instabile strutturalmente, in quanto costituito dalle sue voglie, assumere un impegno definitivo, un compito per la vita, qual è il matrimonio? E con la crisi del matrimonio va in crisi la natalità, il che prepara un gelido futuro, uno scenario come quello descritto ne La strada55, solitudine e lotta per la sopravvivenza.

Il Sessantotto è quindi nell’attuale riduzione della vita – ovviamente e grazie a Dio non per tutti – al caos esistenziale, siccome privata dei legami vitali che la nutrono e le danno senso. Primo fra tutti quello educativo, leso in modo mortale dalla negazione della verità e dell’autorità che da essa è legittimata. L’individuo, lasciato solo, sprofonda nel nichilismo, nella misura in cui ha perso il mondo, inteso come cosmo, realtà ordinata e finalizzata, nella quale l’esistenza – pur con tutti i suoi dolori – può continuare senza doversi ottundere in un flusso ininterrotto e insaziabile di emozioni e di piaceri.

«[…] il […] caos […] quella forma di esistenza per cui la società moderna non è altro che “l’orgia illimitata dell’io senza mondo”»56.

Lungi dall’essere il paradiso in terra, è anticipazione dell’inferno nella storia.

Il Sessantotto e i sessantottini – che neppure più negano d’essersi drogati in gioventù – oggi siedono nei governi, nei parlamenti, presiedono le Alte Corti di giustizia. E si vede. 

Eppure, non perdiamo, non dobbiamo perdere, oltre la speranza teologale, neanche quella umana

Anzitutto, abbiamo un vantaggio, abbiamo visto come va a finire: reificazione e dissoluzione dell’uomo.

E poi perché abbiamo alle spalle, ma anche davanti, l’esperienza di uomini come Benedetto da Norcia (480-547) e i suoi primi seguaci. Essi conservarono in un tempo anch’esso buio – è ozioso porsi il problema di quale sia il più buio – lo spirito volto al futuro, ma soprattutto all’eternità, che risponde sempre alla fida del tempo, anche a quella del Sessantotto. Iniziarono a porre le basi – forse al di là delle loro stesse intenzioni, ch’erano semplicemente di quaerere Deum – per la restaurazione della civiltà. Accesero fuochi, per illuminare e riscaldare, invece di lamentarsi. Anche noi ci siamo qui riuniti oggi e continuiamo a riunirci, ovunque almeno due o tre siano disponibili, allo scopo della custodia e conservazione (ch’è il nostro modo di conoscere, amare e servire Dio), in vista della sua trasmissione, di quello che nel suo citato capolavoro, Cormac Mac Carthy chiama il fuoco, cioè un’antropologia vera, ch’è al principio – non negoziabile – dell’ordine e del bene sociali. Fuoco oggi minacciato d’estinzione – ma non del tutto estinto: noi siamo qua, pochi se si vuole, ma mi pare vivi – dai gelidi venti del relativismo nichilista e dal superomismo voglioso e tecnologico, manipolatore della vita, della morte, della generazione e finanche dell’identità biologica dell’uomo e della donna. Ci formiamo e ci prepariamo alla discussione razionale, ch’è già in sé un contro-Sessantotto, come la dice Eric Voegelin, ancora una volta nella prospettiva di conservare e restituire razionalità, e quindi verità, bene e bellezza, ad un mondo impazzito.

La crisi del mondo generato dalla Rivoluzione indusse tanti ad aderire al rimedio che aggravava lo stesso male, portandolo al parossismo. Questa fu l’occasione a suo tempo perduta dal mondo cattolico. Agli uomini in crisi andavano proposte, invece che un annacquamento conciliante, con più forza la fede e l’ascesi eroica, rivelando almeno agli spiriti migliori che la crisi di cui soffrivano non dipendeva da una demolizione incompiuta, ma proprio dalla demolizione sino allora compiuta, e che si trattava di ricostruire l’uomo e poi il cristiano. Ma nessun’occasione storica è definitivamente persa. Ci possiamo attendere dalla Chiesa, in quanto continuazione nel tempo della presenza e dell’opera del Salvatore ed eco dello Spirito Suo, che ci trasmetta «autentiche certezze, poiché solo creando convinzione apre lo spazio per ciò che le è stato consegnato […]. La Chiesa […] deve preparare la via al divino […] nell’obbedienza allo Spirito […] e così aiutare la società a trovare la sua autentica fisionomia morale» 57.

È in atto un percorso che va dal libertinismo individuale al libertarismo come ideologia. Stigma di una società opulenta cui il Sessantotto – con la sua furia iconoclasta che irride e demolisce principi, valori, autorità, gerarchie, istituzioni tradizionali, a cominciare dalla famiglia, e soprattutto di ogni sacralità e spirito religioso – ha fatto da battistrada. Ma c’è stato un «altro sessantotto italiano». Quello che ha rifiutato «l’immanentizzazione dell’eschaton cristiano» 58. Rifiuto che porta a riconoscere il vero discrimine tra le culture nell’accettazione o non della trascendenza (fare, almeno, veluti si Deus daretur), a partire dall’intuizione del principio di realtà – contro ogni «perfettismo» –, che garantisce dall’essere vittime dell’infatuazione utopistico-rivoluzionaria e delle sue tragiche, omicide e distruttive conseguenze. Questo altro Sessantotto è la destra – i partiti non c’entrano, va intesa come la intende la Scrittura 59, la parte dei buoni, ma buoni davvero – reale, tanto diffusa e maggioritaria nel nostro paese, quanto, quasi si trattasse di un lebbrosario, «non rappresentata nel sistema politico italiano». Destra «le cui radici si possono trovare nella diffidente accettazione della democrazia, nella frequente polemica “antimoderna”, nel rifiuto della politicizzazione della società e […] in un anticomunismo, si direbbe, “esistenziale”. È un’area che elettoralmente si sposterà sui partiti che via via le sembreranno corrispondere a questo sentire diffuso, ma sempre, in definitiva, “turandosi il naso”»60. E per «anticomunismo esistenziale» – ma potremmo dire per antisessantottismo esistenziale – lo stesso autore, con grande puntualità ed in modo assolutamente condivisibile, intende «l’avversione spontanea, profonda, immediata di tanta piccola e piccolissima gente, per lo stravolgimento violento della “naturalità sociale”»61, stravolgimento di cui il Sessantotto sembra essere l’episodio – tuttora in corso – terminale.

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NOTE

1 Naturalmente, il Sessantotto né inizia l’1 gennaio, né termina il 31 dicembre. Nel 1968 esplode e si diffonde un fenomeno in fieri da decenni e preparato ideologicamente da secoli, che oggi è diventato costume e pensiero egemoni.

2 Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995), Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Edizione del cinquantenario (1959-2009) con materiali della «fabbrica» del testo e documenti integrativi, trad. it, presentazione e cura di Giovanni Cantoni, Sugarco, Milano 2009, in particolare la parte terza, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione. Vent’anni dopo (pp. 151 – 185), che fu edita per la prima volta in Italia da Cristianità, Piacenza 1977, pp. 167-195. La periodizzazione del processo rivoluzionario, che l’autore riprende oltre che dai maestri del pensiero contro-rivoluzionario anche dal magistero della Chiesa, è stata sostanzialmente confermata – ovviamente con altri scopi e ad altri propositi – anche dal magistero successivo. In particolare, ultimamente, quello di Benedetto XVI (2005-2013) nella lettera enciclica Spe salvi del 30 novembre 2007 (nn. 16-23, come secolarizzazione della speranza), e nel discorso detto «di Ratisbona» del 12 settembre 2006, in cui quello che secondo il professor Plinio è il processo rivoluzionario, è considerato – senza alcun riferimento, è ovvio, alle problematiche della scuola contro-rivoluzionaria –, sotto il profilo teologico e culturale, quale de-ellenizzazione del rapporto fede-ragione.

3 Gli anni del desiderio e del piombo. Sessantotto, terrorismo e Rivoluzione, Sugarco, Milano 2008.

4 Cfr. Pio XI (1922-1939), Lettera Enciclica Divini Redemptoris promissio sul comunismo ateo, del 19 marzo 1937.

5 Cfr., Aleksandr Solzenicyn (1918-2008), Il primo cerchio, trad. it. Mondadori, Milano 1989, p. 718.

6 A. Graziosi, L’Urss dal trionfo al degrado. Storia dell’Unione Sovietica. 1945-1991 (vol. II), il Mulino, Bologna 2011, p. 78.

7 «Secondo dati del ministero degli Interni tra il 1946 e il 1953 erano stati scoperti 173 cannoni, 719 mortai, 35.000 fucili mitragliatori, 37.000 pistole e rivoltelle, 250.000 bombe a mano, 309 radiotrasmittenti» (M. Mafai, L’uomo che sognava la lotta armata. La storia di Pietro Secchia, Rizzoli, Milano 1984, p. 128), «27.123 fucili e moschetti da guerra, 995 mitragliatrici, 5,746 quintali di esplosivo, 5.480.879 munizioni» (P. Di Loreto, Togliatti e la «doppiezza». Il PCI tra democrazia e insurrezione (1944-1949), il Mulino, Bologna 1991, p. 320). Cfr., G. Donno, La Gladio rossa del PCI, cit.. Per una chiave di lettura, che prende spunto da un inopinato decreto d’archiviazione dell’inchiesta penale sull’«apparato» del PCI, cfr. M. Ronco, Gladio rossa, l’«inchiesta impossibile», in Il Secolo d’Italia. Quotidiano del MSI-DN, 30-10-1994.

8 Cfr. M. Geller e A. Nekrič, Storia dell’URSS dal 1917 a Eltsin, Bompiani, Milano 1997, p. 139.

9 M. Mafai, op. cit. p. 53.

10 Colloquio verbalizzato tra l’ambasciatore M. A. Kostylev e Togliatti, del 24 maggio 1946, cit. in E. Aga Rossi e V. Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, il Mulino, Bologna 1998, p. 242.

11 Cfr. P. Di Loreto, op. cit., p. 64.

12 Cfr. G. Cantoni, La «lezione italiana». Premesse, manovre e riflessi della politica di «compromesso storico» sulla soglia dell’Italia rossa, Cristianità, Piacenza 1980, p. 107.

13 «[…] il Novecento, dopo una rivoluzione sessuale egoistica e senza saggezza, è approdato a traguardi di permissivismo, di ostentata volgarità e di pubblica spudoratezza, che sembra non aver paragoni adeguati nella vicenda umana» (Giacomo Biffi [1928-2015], Intervento al convegno «La passione per l’unità: Vladimir Solov’ëv», organizzato dal Centro culturale E. Manfredini e dalla Fondazione Russia Cristiana, Bologna 4 marzo 2000, http://www.francocenerelli.com/antologia/biffi.htm#Vladimir%20Sergeevic%20Solovev:%20un%20profeta%20inascoltato, visitato il 7 maggio 2018).

14 Pubblicato dall’Istituto di Studi Politici «S. Pio V» di Roma come estratto dal volume a cura di Benedetto Coccia 40 anni dopo: il sessantotto in Italia fra storia, società e cultura (Editrice Apes, Roma 2008, pp. 183-251, pp. 183-184).

15 Si tratta, né più né meno, dell’«itinerario culturale e socio-politico dell’umanesimo europeo, segnato dall’ateismo non solo nel suo esito marxista» (Sinodo dei Vescovi. Assemblea Speciale per l’Europa, Dichiarazione «Siamo testimoni di Cristo che ci ha liberato», del 13-12-1991).

16 La diabolica e perciò ingannevole promessa, eritis sicut dii (Gn, 3,5), che non potrà mai essere mantenuta siccome irrealizzabile, è però foriera di disastri. Essa si risolve nel suo opposto, il totale deperimento dell’uomo, fino alla sua dannazione, storica certamente, e quanto verosimilmente all’eterna, solo Dio sa.

17 "Quale necessità c'è di danza? Nei misteri dei greci ci sono le danze, nei nostri invece silenzio e ordine, rispetto e compostezza" (San Giovanni Crisostomo, Homiliae super Epistulam ad Colossenses, XII).

18 «La rivolta parigina degli studenti, che dette avvio al movimento del ’68, non fu un fenomeno d’urto abbattutosi dal-l’esterno contro la Chiesa, bensì è stata preparata e innescata dai fermenti postconciliari del cattolicesimo e da correnti della teologia protestante americana rivoluzionaria, che cronologicamente l’hanno preceduta. Il fatto che a Parigi, sulle barricate, venisse celebrata l’eucarestia come affratellamento dei combattenti per la libertà anarchica e come segno di speranza del messianismo politico che credeva in un nuovo mondo, destinato ad essere partorito nel terrore, mostra il carattere essenzialmente religioso, o meglio, pseudoreligioso del fenomeno. Quest’implicazione teologica risalta in maniera inequivocabile anche nel terrorismo tedesco e italiano degli anni ’70. Il processo di formazione del terrorismo italiano dei primi anni ’70 rimane incomprensibile se si prescinde dalle crisi e dai fermenti interni al cattolicesimo postconciliare» (Joseph Ratzinger, Svolta per l’Europa? Chiesa e modernità nell’Europa dei rivolgimenti, Paoline, Cinisello Balsamo [MI] 1992, p. 125).

19 Beato Paolo VI (1963-1978), Discorso ai membri del pontificio seminario lombardo, 7-12-1968.

20 Cfr., André Wénin, Salmi censurati. Quando la preghiera assume toni violenti, Dehoniane, Bologna 2017.

21 Ibid., p. 13, virgolettato nel testo, attribuito al beato Paolo VI.

22 Cfr., Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Dominus Iesus, circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa, 6 agosto 2000.

23 I cattolici nella tempesta, in Dov’è finito il ’68? Un bilancio per gli anni 80, Ares, Milano 1979, pp. 144-145, e p. 149. La sottolineatura è dell’autore.

24 Cfr. P. C. de Oliveira, op. cit., parte I, cap. III.

25 Beato Paolo VI, Omelia per il IX anniversario dell’Incoronazione, 29-6-1972.

26 Cfr. Ger., 2, 20.

27 Cfr. Ap., 12, 7-10.

28 Incontro con il clero delle diocesi di Belluno-Feltre e Treviso, 24-7-2007.

29 J. Ratzinger, Svolta per l’Europa?, cit. p. 128.

30 Cfr., E. Voegelin (1901-1985) Il mito del mondo nuovo. Saggi sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo, trad. it., Rusconi, Milano 1976 (II ed.) (1959), e La nuova scienza politica, trad. it., Borla, Torino 1968 (1952).

31 L’essenza della gnosi è quella di «essere una rivoluzione radicale. Schierandosi dalla parte del serpente, di Caino, di Giuda, dei grandi “banditi” dell’umanità, essa esprimeva il suo intento vero e proprio: respingere il cosmo nella sua interezza insieme col suo Dio, che smaschera quale cupo tiranno e carceriere, vede in Dio e nelle religioni solo il sigillo e la chiusura definitiva di quella prigione che è il cosmo. […] non è che la forma radicale della protesta contro tutto ciò che fino allora era apparso santo buono e giusto, e che ora veniva demistificato come prigione di cui la gnosi prometteva di mostrare la via di scampo» (J. Ratzinger, L’unità delle nazioni. Una visione dei Padri della Chiesa, trad. it., Morcelliana, Brescia 1973 [1971], pp. 23-24).

32 Cfr. Mt., 13, 24-30.

33 Pio XII (1939-1958), Discorso Nel contemplare agli Uomini di Azione Cattolica, del 12 ottobre 1952, le successive due citazioni hanno la stessa fonte.

34 «Gli umanesimi non sono tutti uguali, né sono equivalenti sotto il profilo morale». (Benedetto XVI, Ai Vescovi della Conferenza Episcopale Slovena in visita ad limina Apostolorum, 24 gennaio 2008.

35 Cfr., Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, cit., parte III, pp. 177-185.

36 «[…] la società permissiva toglierebbe di mezzo i superstiti credenti in un’autorità trascendente dei valori. Confinandoli, al limite, in campi di concentramento “morale”, senza persecuzione fisica, è vero, ma chi può seriamente pensare che le pene morali siano meno atroci che le pene fisiche? Al limite del processo c’è un genocidio spirituale; negazione del diritto dell’individuo […] alle sue tradizioni, al pudore (la liberalizzazione totale delle passioni, come principio della società permissiva, coincide infatti con la negazione totale del pudore). Che la guerra di religione vi prenda la forma non più di guerra tra diverse ed opposte fedi religiose, ma di guerra contro la religione in nome di “nessuna religione” non cambia nulla alla sostanza, anzi aggiunge la perversione della menzogna» (A. Del Noce, La società permissiva. Appunti per una critica, in L’Europa, V, 10, 30-6-1971, pp. 43-56, ora in Idem, Fascismo e antifascismo. Errori della cultura, Leonardo, Milano 1995, pp. 136-37).

37 Il suo primo senso «è stato il passaggio dell’attacco anticristiano dalla macrostruttura alla microstruttura, dalla rivoluzione contro il Dio-padrone e lo Stato-padrone alla rivolta contro il Sé-padrone; il grido ni Dieu ni maître è un grido che il ’68 ha rivolto in modo particolare contro la morale. […] pornografia a tutti i livelli, giuridicizzazione dell’adulterio, dell’omosessualità, della bestialità […], legalizzazione dei contraccettivi, introduzione del divorzio, dell’aborto, progetti di legge per l’ammissione dell’eutanasia, etc.. […] il senso ultimo del ’68, il suo senso unitario fu questo e questo solo: una rivoluzione culturale (intendendo per cultura non solo quella intellettuale, ma anche e soprattutto il modo di vivere, il costume» (Luca Monterone [pseudonimo di E. Samek Lodovici], Di rimbalzo sulla stampa, in dov’è finito il ’68?, cit., pp. 11-12).

38 Thomas Stearns Eliot (1888-1965): «In un’età che avanza all’indietro progressivamente», gli uomini «[…] cercano sempre d’evadere// Dal buio esterno e interiore// Sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono» (Cori da «La Rocca», trad. it. in Idem, Poesie, a cura di Roberto Sanesi, VII, p. 425 e VI, p. 419). Cfr. Spe salvi n. 24.

39 Non mi riferisco alla mera impudicizia, bensì anche, se non soprattutto, alla liberazione egualitarista dall’abito proprio, ch’è certo convenzionale nella sua determinazione specifica, ma antropologicamente essenziale, naturale. Non è necessario che il proprio status, la propria vocazione, il proprio ruolo sociale, abbia quell’abito, ma che abbia un abito adeguato ad esprimerli e renderli conoscibili a tutti, ivi compresi i fattori gerarchizzanti, il cui rifiuto precipita nell’indifferenziato e in un certo senso nella perdita del senso del proprio dovere e della propria responsabilità.

40 Cfr. Giovan Battista Vico (1668-1744), Principi di scienza nuova, in Opere filosofiche, Sansoni, Firenze 1971, p. 700.

41 «Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi» (Fil., 3, 19). Cfr. anche, sull’inversione morale, quando si passa dalla licenza al diritto, dal diritto all’obbligo (come quello cinese di abortire il secondo figlio, o il figlio malato), Michael Polanyi, Personal Knowledge: Towards a Post-critical Philosophy, Routledge, London 1958, pp. 231-235.

42 E. Voegelin, Il mito del mondo nuovo, cit., p. 41.

43 Cfr. E. Voegelin, Anamnesis. Teoria della storia e della politica, Giuffrè, Milano 1972, pp. 179-193.

44 «Zeus, impietosito, temendo l’estinzione del genere umano, mandò Ermes a portare agli uomini il pudore (aidòs) e la giustizia e gli disse di donarli a tutti gli uomini, perché senza pudore e rispetto e giustizia la città non può sussistere e senza città non si può conservare ed accrescere il genere umano nei vincoli di solidarietà ed amicizia», cfr. Platone (428/427-348/347 a C.), Mito di Epimeteo nel dialogo Protagora.

45 «Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie» J. Ratzinger, Omelia nella Messa pro eligendo Romano pontifice, 18-04-2005).

46 Cfr. 1 Cor., cap. 2. È l’uomo che ha il sensore della trascendenza, che lo innalza a Dio, ad immortalia et semper manentia.

47 George Santayana, Egotism in German Philosophy [L’io nella filosofia germanica, trad. it. L. Zampa, Barabba, 1920], poi The nature of Egotism and of the Moral Conflicts that Disturb the World, New York, 1940, p. IX, cit. in E. Voegelin, Anni di Guerra, Rubbettino, Soveria Mannelli [CZ] 2001, p. 66.

48 Ibid., p. 67.

49 F. Nietzsche, Entwürfe zu einen Drama: «Empedokles» (1870-1871), cit. in ibidem, p. 70.

50 «La natura di una cosa non può essere cambiata; chiunque tenta di “alterarla” distrugge la cosa. L’uomo non può trasformarsi in un superuomo; il tentativo di creare un superuomo è un tentativo di assassinare l’uomo. Storicamente, all’assassinio di Dio non tiene dietro il superuomo ma l’assassinio dell’uomo: al deicidio dei teorici gnostici tiene dietro l’omicidio dei professionisti della rivoluzione» (E. Voegelin, Il mito del mondo nuovo, cit., p. 125).

51 «Per Bloch il […] mondo è tutto segnato dal male […] l’uomo […] si sa moralmente obbligato ad oltrepassare il cattivo mondo della fattualità, per edificarne uno migliore. Seguendo tale logica […] la droga è una forma di protesta contro la situazione di fatto. Colui che l’assume, si rifiuta di rassegnarsi alla pura e semplice realtà di fatto. È alla ricerca di un mondo migliore. […] il nocciolo è pur sempre la protesta contro una realtà sentita come carcere. Il “grande viaggio”, che gli uomini ricercano nella droga, è così la forma pervertita della mistica […]. L’umile e paziente avventura dell’ascesi, che a piccoli passi verso l’alto s’avvicina al Dio che si china verso di noi, viene sostituita dal potere magico […] della droga; l’itinerario morale e religioso dall’applicazione della tecnica. La droga è la pseudomistica di un mondo che non crede, ma che tuttavia non può scuotersi di dosso la tensione dell’anima verso il paradiso» (J. Ratzinger, Svolta per l’Europa?, cit., p. 15).

52 E. Voegelin, Anni di Guerra, cit., p. 170.

53 Anche questo è di lunga gittata, con il Sessantotto conquista la scena, non compare. Cfr. Francesco Tanzilli, Per la donna, contro le donne. Margaret Sanger [1879-1966] e la fondazione del movimento per il controllo delle nascite, Studium, Roma 2012.

54 Cfr. Roberto Volpi, La nostra società ha ancora bisogno della famiglia? Il caso Italia, Vita e Pensiero, Milano 2012, in particolare, pp. 31-55.

55 Cfr. Cormac McCarthy, La strada, trad. it., Einaudi, Torino 2007.

56 Hugo von Hoffmannsthal (1874-1929), Das Schrifttum als geistiger Raum der Nation, cit. in Damir Barbarić, Presentazione a H. von Hoffmannsthal, La rivoluzione conservatrice europea, Marsilio, Venezia 2003, p. 22. È curioso come in questa dimensione orgiastica l’uomo creda di trovare la propria realizzazione, quando invece si denuda, si degrada con le peggiori perversioni morali e la pazzia deliberata indotta e favorita dall’assunzione allo scopo delle più svariate droghe. Dissacrando, sconsacra sé stesso. In questo senso, l’esperienza di Fiume (1919-1921) è un’avanguardia, concentrata nel tempo e nello spazio, del Sessantotto; allo stesso modo in cui quella di Münster (1534-1535) è un concentrato della Rivoluzione, un’epitome delle sue fasi, “Sessantotto” compreso. Sull’una e sull’altra, cfr. un mio piccolo studio in appendice.

57 J. Ratzinger, Svolta per l’Europa?, cit., p. 144 (1991).

58 R. Pertici, op. cit., p. 243.

59 «La mente del sapiente si dirige a destra e quella dello stolto a sinistra» (Qo, 10, 2).

60 R. Pertici, Il vario anticomunismo italiano (1936-1960): lineamenti di una storia, in Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell’Italia contemporanea, a cura di Loreto Di Nucci e Ernesto Galli della Loggia, il Mulino, Bologna 2003, pp. 263-334, p. 295.

61 Ibid., p. 289.



sabato 21 aprile 2018

Opzione Benedetto: una proposta attuale?

Uno dei (pochi) segni di vitalità del cattolicesimo nel mondo occidentale è rappresentato da Opzione Benedetto. Per saperne di più proponiamo un’intervista a Giovanni Formicola, avvocato napoletano, “animatore” del nostro gruppo Opzione Benedetto, sorto qualche anno fa in Campania. 

Negli ultimi mesi in Italia si è molto parlato di Opzione Benedetto. Può spiegarci di cosa si tratta?

Nel 1981 lo studioso scozzese di orientamento aristotelico-tomista, Alasdair MacIntyre, pubblicava negli Stati Uniti dove insegnava, After virtue. A study in moral theory, che dopo qualche anno fu tradotto e pubblicato in Italia. Il suo saggio di teoria morale si concludeva con una considerazione di prospettiva.

«Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta, però, i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso».

Credo sia stata questa pagina a ispirare lo scrittore e pubblicista statunitense Rod Dreher, convertito alla cosiddetta ortodossia, quando ha proposto ai cristiani del terzo millennio – così portandola all’attenzione pubblica, con una forte eco mediatica – quella che lui chiama Opzione Benedetto.

Qual è il percorso che ha portato Rod Dreher a formulare l’Opzione Benedetto? Chi sono i suoi ispiratori antichi e moderni?

Credo sia saggio farlo dire a lui.

«Alcuni mi dicono che sono un allarmista, ma secondo me i cristiani che non sono allarmati da quello che sta succedendo intorno a noi hanno qualche problema a leggere i segni dei tempi. Sono soltanto un realista».

Dreher si muove e parla, oggi, a valle di decenni in cui i frutti della Rivoluzione sessuale sono diventati costume. Meglio, però, e più corretto sarebbe dire Rivoluzione erotica, per significare il disordine e la sovversione della sessualità – ch’è cosa buona, come tutto ciò ch’è stato creato, e sessuati il Creatore ci ha fatti – in erotismo, anzi in erotomania. E poi è stata pretesa copertura giuridica per questi frutti, con la traduzione del desiderio e del rifiuto del dato di natura in diritto e diritti. Ebbene, in questi anni i Repubblicani – cioè il partito statunitense percepito come conservatore e più attento ai principi cristiani in politica – sono stati per più tempo al governo, hanno avuto più maggioranze parlamentari e hanno scelto più giudici per la Corte Suprema dei democratici. E ciò nonostante

«l’America è popolata da una maggioranza immorale».


A fronte di tutto ciò, così sommariamente detto, la teoria di Dreher è questa:

«Potrebbe essere che il modo migliore per fermare la marea è… non fermare la marea? Cioè, smettere di disporre i sacchi di sabbia e costruire invece un’arca dove ripararci fino a che le acque non si saranno ritirate e potremo mettere i piedi di nuovo sulla terra asciutta?».
 

«Anche se si pensava che i conservatori cristiani combattessero una guerra culturale, con l’eccezione dell’aborto e del matrimonio gay, era difficile vedere la mia gente combattere davvero. Sembrava piuttosto che fossimo contenti di essere i cappellani di una cultura che stava perdendo rapidamente il senso dell’essere cristiani».

È per recuperare quel senso che si apre lo scenario dell’Opzione Benedetto, che assume i tratti di padre Cassiano, ex abate di Norcia.

«I monaci benedettini di Norcia – scrive Dreher – sono un po’ come i Marine della vita religiosa, si addestrano costantemente per la guerra spirituale».

E in questa «guerra spirituale», militia est vita hominis super terram (Gb 7,1), Rod Dreher suggerisce, tra le mosse più urgenti che

«È ora che tutti i cristiani tolgano i loro figli dalla scuola pubblica».

In America non solo è possibile, ma già da tempo ha dato luogo al fenomeno dell’homeschooling, che sta raggiungendo dimensioni ragguardevoli, allo scopo di sottrarre le giovani e giovanissime generazioni alla nefasta influenza dei programmi scolastici e degl’itinerari educativi orientati, solo per fare esempi attuali e d’immediata comprensione, dall’ideologia gender e dall’omosessualismo, ma non è da sottovalutare assolutamente quanto avviene con la storia riscritta e taciuta, e con la scienza piegata all’ideologia evoluzionistica.

Questa è l’Opzione Benedetto, mi sembra, secondo Rod Dreher, ancorché, come dicevo, sommariamente e forse grossolanamente riassunta. Essa muove dalla constatazione che le cultural wars, cioè lo scontro di civiltà all’interno del mondo che fu, bene o male, Cristianità, siano state perse. Perciò si tratta in un certo senso di ricominciare da capo, custodire per trasmettere. Quello che già avvenne nel secolo delle invasioni barbariche e della caduta dell’Impero, che non poteva – e nemmeno meritava più per la sua generalizzata corruzione, ivi compresa una diffusa pratica omoerotica – d’essere puntellato.

Mi sembra quindi di capire che si tratti in sostanza di una proposta per vivere il cristianesimo in un mondo ormai divenuto post-cristiano, se non addirittura anti-cristiano. E’ così?

Direi proprio che di questo si tratti. Ma si deve aggiungere che non è una fuga dal mondo, bensì un modo per provare a ricominciare, a cristianizzare di nuovo la società temporale, a restituire la città a Cristo, mediante la conversione propria, poi degli altri uomini, infine dei modelli e delle istituzioni culturali e civili, con un movimento dal basso, come avvenne nei primi secoli dell’era cristiana, e poi, dopo la grande crisi, con il monachesimo, specie benedettino.

E' evidente che il riferimento sia al Santo di Norcia. Non c'è quindi nessun nostalgismo per Benedetto XVI?
I fatti e i protagonisti della storia subiscono la legge del tempo. In questo senso non si torna indietro, e le nostalgie non servono a nulla. Il riferimento è a san Benedetto, ma è un semplice riferimento paradigmatico. Non solo nemmeno lui torna, ma se ci sarà una figura a lui assimilabile per la funzione storica di civiltà, ch’è quella che a noi interessa, sarà come scrive MacIntyre senza dubbio molto diversa, e potrebbe anche avere una dimensione collettiva.

Generalmente i movimenti “conservatori” esprimono forti riserve nei confronti di Papa Francesco. Qual è la vostra posizione?

Papa Francesco è senza alcun dubbio il Vicario di Cristo, il successore di Pietro, e ubi Petrus, ibi Ecclesia; ubi Ecclesia, ibi Christus, l’unico Salvatore. Perciò extra Ecclesia nulla salus, e nella Chiesa si sta cum Petro e sub Petro.
Ciò detto,

«Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo. Lo fece Papa Giovanni Paolo II, quando, davanti a tutti i tentativi, apparentemente benevoli verso l’uomo, di fronte alle errate interpretazioni della libertà, sottolineò in modo inequivocabile l’inviolabilità dell’essere umano, l’inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. La libertà di uccidere non è una vera libertà, ma è una tirannia che riduce l’essere umano in schiavitù. Il Papa è consapevole di essere, nelle sue grandi decisioni, legato alla grande comunità della fede di tutti i tempi, alle interpretazioni vincolanti cresciute lungo il cammino pellegrinante della Chiesa. Così, il suo potere non sta al di sopra, ma è al servizio della Parola di Dio, e su di lui incombe la responsabilità di far sì che questa Parola continui a rimanere presente nella sua grandezza e a risuonare nella sua purezza, così che non venga fatta a pezzi dai continui cambiamenti delle mode» (Benedetto XVI, Omelia nella Messa d’insediamento sulla Cathedra Romana, 7 maggio 2005).

Intelligenti pauca

Recentemente sono sorte delle critiche, anche in ambito ecclesiale, che hanno paragonato chi segue l’Opzione Benedetto a dei puristi incapaci di vivere nel mondo. Cosa risponderebbe in proposito?

Anzitutto, bisogna intendersi su che cosa significhi Opzione Benedetto per noi. Non siamo i seguaci di Rod Dreher – anche perché siamo cattolici e lui è ortodosso –, ma la formula che ha imposto all’attenzione di molti nel nostro tempo ci è sembrata idonea a dire in due parole la nostra prospettiva.

Si tratta, per quel che ci riguarda, anche in analogia al numero e all’assoluta povertà di mezzi, di fare come quei nostri padri. Formare e riunire comunità, seppure esigue quantitativamente, ma omogenee spiritualmente e culturalmente, per custodire, mediante una formazione ininterrotta, e trasmettere, mediante ogni mezzo lecito e legittimo, una visione del mondo fondata su quei principi antropologici, di fede e di ragione, non negoziabili, costitutivi della sensibilità e della mentalità – cioè della cultura, che non va confusa illuministicamente con l’istruzione e men che meno con l’erudizione – ch’erano comuni tra gli uomini, persino al di là della fedeltà personale e della pratica coerente. Essi, compresi nel senso che hanno acquisito dalla migliore tradizione dell’umanità, quella cristiana, sono all’origine della civiltà in quanto tale. Ch’è verità, bene, giustizia e bellezza, calati nelle istituzioni e nel panorama sociale.

È questo che va ricostruito e reso egemone con un’azione civico-culturale contro-rivoluzionaria. Contro la Rivoluzione con la maiuscola, cioè, alla scuola del pensatore, politico e uomo d’azione brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1998-1995), contro un intenzionale, unitario, universale, totale, processo storico in quattro grandi tappe – umanesimo ateo e pseudo-Riforma protestante; Rivoluzione in Francia; Comunismo; Rivoluzione culturale (Sessantotto) –, oggi dominanti e compresenti. Esso è inteso alla distruzione della civiltà cristiana, e quindi alla dissoluzione dell’uomo. Ha prodotto le macerie spirituali e morali – in alcuni suoi lunghi e frequenti momenti, anche e tragicamente materiali, basti pensare al XX secolo, il secolo del male, secondo Alain Besançon –, che costituiscono il panorama in cui è oggi situata la nostra esistenza, nel quale ci muoviamo e agiamo.

La civiltà consegue evidentemente, l’ho appena detto, a una cultura diffusa e egemone. Essa è tale quando è un habitat idoneo all’uomo, considerato anche nella sua vocazione soprannaturale, e cioè rivolto ad immortalia et semper manentia, alla trascendenza.

Tornando ai suoi principi, non negoziabili in quanto scaturenti dalla stessa natura dell’uomo – antropologici in questo senso – e dall’ordine dell’essere, riconosciamo l’ordine di priorità, non chiuso, proposto da Benedetto XVI.

La vita da promuovere, proteggere, non manipolare e custodire fino al suo esito naturale, perché – ed è ovvio – è un diritto naturale e senza nascite la storia finisce.

La famiglia, una sola, fondata sul matrimonio indissolubile, e non relativizzabile affiancandole forme pervertite scaturite da desideri contro-natura, perché senza o con la sua trista parodia ormai diffusa, il neo-nato nudo e infante (incapace di parlare) non si umanizza ma inselvatichisce, dominato da passioni e istinti incontrollabili, e cagiona danni incalcolabili.

Rod Dreher
L’educazione, perché è diritto, ma soprattutto dovere, della famiglia primario ed esclusivo, nel senso che seppur delegato ad altri soggetti, per ovvie ragioni d’impossibile auto-sufficienza, specialmente per quel che riguarda l’istruzione, deve rimanere sotto il suo controllo, salvo che venga esercitato in modo deteriore e immorale alla stregua delle tradizionali evidenze etiche e di buon senso, non certo delle moderne ideologie, come il gender e l’omosessualismo.

Se questa per taluno è una modalità incapacitante di vivere nel mondo, lascio a lui la responsabilità del giudizio. Per parte mia, sembrano più convincenti le parole del professor Lugaresi, patrologo, nelle quali ritrovo il senso che diamo al nostro impegno nell’Opzione Benedetto.

«Esiste […] una […] modalità di rapporto che un gruppo minoritario può intrattenere con il mondo che lo circonda e lo “assedia”, ed è quella di entrare con esso in una relazione fortemente critica e di esercitare – anche in forza della propria capacità di mantenere compattezza e coerenza di comportamenti rispetto ai giudizi così elaborati – un’influenza culturale sulla società, che alla lunga può arrivare a metterne in crisi l’assetto generale. […] Il cristianesimo è stato effettivamente capace di realizzare, nell’arco di alcuni secoli, un vero cambiamento di paradigmi culturali – visione del mondo, modelli di comportamento, forme espressive –, acquisendo una posizione via via sempre meno marginale nello spazio pubblico e incidendo in esso in misura crescente» (cfr. appendice).

Quanto all’accusa d’essere «puristi», mi basta guardarmi allo specchio la mattina, per riderne. Essa mi sembra ingiustamente malevola, ma soprattutto tipica di chi non ha argomenti di merito. Parlo adesso in prima persona perché non è giusto parlare, in simili questioni, anche per conto terzi. Mi sento migliore di altri? Ma come potrei? Vorrei, questo sì, essere migliore, come prescrive Gesù, «Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Nel senso, cioè, d’un’intenzione verso la perfezione, il che significa semplicemente verso la santità – esercizio eroico delle virtù cristiane –, senz’accontentarsi d’una virtù mediocre, seppure possa esistere una virtù mediocre. E soprattutto, come vuole san Paolo (Rm, 12,2), senza adeguarsi allo spirito del mondo circostante. Non si può, non si deve, annacquare, diluire, tacere, abbassare continuamente l’asticella della verità dottrinale, del precetto morale, del culto e delle devozioni, nonché dei tradizionali mezzi ascetici, per poter andare d’accordo con tutti sempre, dimenticando che Gesù ha portato anche, se non solo, la divisione (Lc, 12,51). Non si può, non si deve, temere d’infastidire il mondo mondano con il giudizio che di fatto gli viene da un comportamento ad esso alternativo, e che manifesta la volontà di cambiarlo, parlando senza timidezze di conversione.

Il donatismo che si vorrebbe imputare all’Opzione Benedetto – l’eresia secondo la quale solo i perfetti possono trattare le cose sacre, che condanna sé stessa perché, se così fosse, la Chiesa neppure sarebbe giunta al secolo IV, quello del vescovo Donato che le dà il nome – è un’accusa che qualifica chi la muove, e quanto al costruire muri, come pure ebbe a dire vent’anni fa un maestro autentico, non so se questa fosse l’intentio di MacIntyre o sia quella di Dreher, certo non è la nostra, se non nel senso di costruire rifugi, come chiede Nicolàs Gòmez Dàvila (cfr. appendice).

In ogni caso, sebbene io non abbia mai frequentato facebook, poiché la nostra non è una fuga dal mondo, abbiamo allestito anche una pagina, come si dice, FB, che qualche caro amico gestisce – io ne sono incapace – e con la quale, anche con la quale, stiamo nel mondo, senza essere del mondo (www.facebook.com/OpzioneBenedetto).

A proposito di cristiani nella società contemporanea, più di un commentatore ha messo in evidenza la scomparsa dei cattolici (e dei partiti cattolici) dalla scena politica italiana. Come giudica questo dato di fatto? C’è rimedio?

Chi semina vento raccoglie tempesta. Il vento è il compromesso come paradigma, la mediazione esasperata nei principi, il moderatismo (che vuol dire annacquamento sistematico dei principi e delle verità, non l’umanamente dovuta moderazione, cioè controllo della passione e dell’istinto disordinati). La mancanza di fiducia nella professione integrale – almeno la professione – della verità antropologica, sociale e politica, con le obbligazioni di morale e di diritto naturali che ne derivano senza implicare direttamente la fede – ma da questa rischiarate e rese nitide –, e perciò parti integranti del bene comune, ha reso poco credibile, anzitutto a sé stesso il politico cattolico.

Di esso rimane il nome, quando c’è, ma non la realtà, ben descritta da documenti vincolanti del magistero, come la Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, resa dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 24 novembre 2002, e approvata dal santo Padre san Giovanni Paolo II. Politici e giuristi cattolici hanno sottoscritto e proposto al Parlamento, nel 2015 – col solito pretesto di cedere per non perdere, quand’era in discussione la legge detta Cirinnà sulle Unioni civili omorerotiche, poi approvata –, un Testo Unico, poi qualificato Statuto delle convivenze omosessuali. Esso violava in modo flagrante e diretto un altro documento della CDF del 3 giugno 2003 (memoria dei santi Carlo Lwanga e compagni, martirizzati per non aver ceduto alle pretese sodomitiche del loro re in Uganda), pure approvato dal santo Padre, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, che proibiva il consenso politico ad ogni tipo di legalizzazione – cioè: istituto scaturigine di diritti – della relazione omoerotica. Se si pensa a cose del genere, chi può stupirsi della scomparsa tendenziale del politico cattolico? Noto è il caso di uno così detto, indicato a suo tempo da un vescovo curiale come modello, e oggi senatore eletto grazie alla coalizione di sinistra, quella che ha approvato nella scorsa legislatura divorzio sprint, unioni civili omoerotiche, biotestamento, ovvero legalizzazione dell’eutanasia. Solo la fedeltà alle questioni di principio, e l’intelligente intransigenza politica nel sostenerle e difenderle, possono assicurare consensi. I brodini hanno poco mercato.

Per rispondere alla sua domanda, giudico questo dato di fatto appunto un fatto, e contra factum non valet argumentum. Se sarà stato un bene lo scopriremo solo vivendo. In questo senso, avendo vissuto, possiamo dire che finora la presenza politica dei cattolici, nella misura in cui è stata una stagione democristiana, è stata un totale fallimento, distruttiva di quanto nell’ordinamento – fattore privilegiato di civiltà o di anti-civiltà – ancora corrispondeva ai principi dell’autentico bene comune. Dal 1948, settant’anni dopo, divorzio, nuovo diritto di famiglia, aborto, eutanasia, unioni civili omoerotiche, per citare solo i fatti normativi d’impatto totale, hanno segnato un processo di secolarizzazione e di smarrimento delle conseguenze culturali della fede mostruoso.

Sacro Speco di Subiaco
Questo, in estrema sintesi, il fatto. Il rimedio? Credo solo dal basso, solo attraverso quelle «comunità creative» di cui parla mons. Crepaldi, arcivescovo di Trieste (cfr. appendice), tra le quali spero giochi un ruolo anche la nostra Opzione Benedetto, in tempi umanamente non calcolabili – ma ci sarà chiesto conto dell’impegno, non dell’esito –, si potrà rimontare dall’abisso morale, antropologico e sociale in cui siamo caduti, e restaurare un mondo a misura d’uomo (creatura che reca l’immagine e la somiglianza divine) e secondo il piano di Dio (cfr. san Giovanni Paolo II, Discorso nell’ottantesimo anniversario della Rerum Novarum, del 31 ottobre 1981).

Negli Stati Uniti esistono diversi esempi di quelle “comunità intenzionali” auspicate da Dreher, ad esempio l'abbazia benedettina di Clear Creek in Oklahoma, ma anche altre di diversa confessione cristiana. Crede che in Italia si possa seguire tale esempio?

Posso solo dire che lo spero e che lavoriamo per questo.

Cosa differenzia la realtà dell’Opzione Benedetto che lei guida in Campania da quelle immaginate da Dreher?

Premetto che la nostra allo stato non è un’associazione, ma vuol essere una cornice di riferimento (e se si vuole anche di promozione o almeno ispirazione), di tutto quello che può muoversi, come ho detto già, nella direzione della conservazione, custodia e trasmissione dei principi e delle verità, della vita spirituale e di culto, che sono l’anima e il fondamento d’una civiltà moralmente sostenibile, che possa piacere a Dio ed esser una buona casa per l’uomo. Quindi, io non mi sento una guida, ma tutt’al più un sollecitatore (anche con l’esempio, per quanto posso), e per questo, con chiunque ci stia, organizziamo riunioni di formazione, momenti d’orazione, anche liturgica, presentazione di testi solidi e sicuri (la sicurezza dottrinale ce la fornisce, per quanto possibile alle nostre capacità di discernimento, la pacifica tradizione magisteriale e culturale cattolica, anche da parte di dottori e maestri laici, e per quel che riguarda l’attualità, diciamo un po’ d’intuito maturato nel tempo), convegni, conferenze, colloqui, etc. Sono i nostri pochi pani e pesci che conferiamo. Quel che ne sortirà, e quando, lo sa e lo vorrà Dio, Padre Figlio e Spirito Santo.

Spesso i gruppi di Opzione Benedetto sorgono intorno ad una comunità religiosa o a dei sacerdoti. E’ così anche per voi?

Per ora no. Anche in questo, però, trattandosi di opus in fieri, lo vedremo solo vivendo.

Per molti può risultare difficile comprendere cosa sia un gruppo Opzione Benedetto. Può spiegarci in pratica cosa fa e come vi si può aderire?

Che cosa fa, mi sembra di averlo detto. Come vi si può aderire? Se si condivide, dando una mano, promuovendo ovunque e comunque possibile (anche in un salotto) attività di studio (anzitutto personale) e divulgazione, e partecipando alle nostre iniziative.

Nell’appendice si potrà trovare qualche indicazione, di genere, non specifica. Lo ripeto, i lavori sono in corso, e la pratica, senza toccare i principi, è criterio di discernimento.

Per esempio, sono tre anni che con cadenza trimestrale teniamo, in Campania, una giornata di formazione e convivialità, intitolata dopo la sua improvvisa scomparsa a mio nipote ventisettenne Andrea Pappalardo, che non la seguiva, ma morì la sera precedente una di esse, che fu perciò naturalmente sospesa e rinviata Ho voluto allora legare, con il consenso degli amici, il suo nome a questa nostra attività. Essa inizia il sabato mattina e si conclude verso le 15.30 – diciamo ch’è una mezza giornata. Consta di due interventi di formazione a tema definito, e di un bel pranzo (il ristorante in cui si tiene, Famiglia Principe 1968, a Nocera, è di ottimo livello).

Diciamo che forse la nostra Opzione Benedetto si viene formando proprio intorno a quest’incontri, che seguivano, aggiornandolo nella durata e nella rilevanza data alla convivialità, il modello del ritiro di formazione di Alleanza Cattolica (AC).

Tengo a dire che di quest’associazione – al momento dei primi di quest’incontri, nel 2015 – ero ancora il reggente regionale. Poi ne sono stato espulso, perché non condividevo il favore espresso per lo Statuto delle convivenze omosessuali, di cui sopra, e la sua promozione legislativa (fallimentare), nonché la lettura, a mio avviso infondata, ultraprogressista e opposta a quella dell’allora prefetto (massima e istituzionale autorità per l’interpretazione dei testi del magistero) della CDF, card. Gerhard Müller, di Amoris Laetitia. Interpretazione contenuta nel numero 380 della rivista Cristianità – organo ufficiale di AC –, che apre alla Comunione dei concubini sebbene non separino se non le vite, almeno i letti, come la Chiesa ha sempre insegnato sulla base della Parola del Signore, inequivocabile, sebbene non audioregistrata. Devo anche dire che non rinnego (anzi!) i decenni di militanza in quest’associazione, finché è stata una delle opere più benemerite e qualificate nel panorama delle associazioni in Italia. Quello che ho capito l’ho capito in essa, in particolare grazie al suo fondatore, Giovanni Cantoni (naturalmente non responsabile dell’esito), il mio autentico maestro di vita anche spirituale e di militanza cattolica e contro-rivoluzionaria.

Tornando alla nostra giornata, essa funziona, ci siamo stabilizzati sulla trentina di partecipanti, e finché tiene continuiamo, magari adattandola ad esigenze che dovessero emergere. Se invece non tenesse più, studieremmo altre formule.

Oltre alle giornate di formazione di cui ci ha appena parlato, quali sono i prossimi incontri che avete in programma?

Quest'anno ci siamo dedicati al cinquantenario del Sessantotto e dell'enciclica del beato Paolo VI "Humanae Vitae", presentandoli com'espressione di antropologie contrapposte e irriducibili, sia organizzando incontri in proprio, sia sollecitandoli in ambienti culturalmente e spiritualmente affini. I prossimi incontri promossi nella nostra cornice, si terranno a Napoli venerdì 4 maggio alle ore 18:00, presso la Sala museo di "Casa Ascione", con la presenza del padre domenicano Giorgio Maria Carbone. E a Salerno l'8 giugno presso la parrocchia di San Pietro in Camerellis.

E’ necessario essere consapevoli di seguire l’Opzione Benedetto oppure crede che molte realtà facciano ciò in maniera inconsapevole?

Credo che sia proprio come dice lei. È per questo che preferisco parlare di cornice – ideale, non giuridica – invece che, al momento, di associazione.

L’intervista è stata effettuata nell’aprile 2018


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Appendice di testi per meglio comprendere che cosa intendiamo e cosa vorremmo fare con Opzione Benedetto

Dobbiamo vivere la militanza cristiana con il buon umore del guerrigliero, non con la cupezza di una guarnigione assediata.

Non faccio parte di un mondo che decade. Io prolungo e trasmetto una verità che non muore

Siamo ripiombati in una di quelle epoche che dal filosofo non si aspettano né una spiegazione né una trasformazione del mondo, ma solo la costruzione di un rifugio qualsiasi contro l’inclemenza del mondo.
Nicolàs Gòmez Dàvila (1913-1994).

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Frattanto anche quest'epoca troverà il suo solstizio. Il cuore umano si polverizza ma non si polverizzerà mai la meta di esso. […] La cenere di tempi brutti è divenuta il sale fertilizzante per tempi migliori. Invece di migliorare l'epoca, ognuno migliori se stesso, il proprio Io. Allora tutto si accomoderà perché l'epoca consiste in una pluralità di individui. Ognuno seguiti a lavorare e a scavare in silenzio, con la lampada sulla fronte, nel buio del suo ripiano e nel pozzo della sua miniera, senza preoccuparsi delle acque che rumoreggiano all'intorno.
Jean Paul, pseudonimo di Johann Paul Friedrich Richter (1763-1825).

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[…] non gli spiriti deboli, trascinati da qualunque vangelo di una nuova epoca, ma gli spiriti forti, fedeli insieme al passato, sono in grado di dare origine al vero futuro.
Friedrich Wilhelm Joseph von Schelling (1775-1854).

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Io non vedo altro che opzioni Benedetto, che lascino scorrere la marea conservando un po’ di terra buona, acqua potabile, e fuoco per illuminare e riscaldare l’attesa dello sposo. Questi nuovi monasteri hanno mura impalpabili, sono i legami di famiglie e amici che sono perseveranti nella fede, sono i bit e i pixel che uniscono i lettori e sostenitori della tua Bussola, sono onde radio e pagine di libri e di riviste di scrittori ed editori coraggiosi e sono il supporto delle tante piccole realtà che non abiurano. Un nuovo anno inizia, auguri a te e ai lettori, le pallottole continueranno a fischiare e le bombe a cadere, niente di nuovo dal fronte.
Renzo Puccetti, L’opzione Benedetto per una Chiesa martoriata, NBQ 3 gennaio 2018

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È stato anche il problema della Chiesa dei primi secoli: come vivere da cristiani in un mondo non (ancora) cristiano. C’è un fattore, che alla coscienza dei cristiani di allora è stato molto presente e invece oggi si tende a non riconoscere più, mentre è determinante nel modo di affrontarlo: è quello della "krisis", cioè del giudizio che è capace di "mettere in crisi" la cultura mondana, e della "chresis", cioè della capacità di "usare nel modo giusto" ciò che tale cultura possiede ma non sa più usare correttamente. La cosiddetta "opzione Benedetto" supera il rischio di diventare una autoghettizzazione se – come credo sia nella mente dell'autore – è armata di questa forte "capacità critica", che è il contrario della chiusura, anzi è la vera forma di dialogo col mondo che i cristiani, esplicitamente chiamati da Cristo ad essere lievito, sale e luce del mondo, possono e devono condurre. […] Esiste […] una […] modalità di rapporto che un gruppo minoritario può intrattenere con il mondo che lo circonda e lo "assedia", ed è quella di entrare con esso in una relazione fortemente critica e di esercitare – anche in forza della propria capacità di mantenere compattezza e coerenza di comportamenti rispetto ai giudizi così elaborati – un’influenza culturale sulla società, che alla lunga può arrivare a metterne in crisi l’assetto generale. […] Il cristianesimo è stato effettivamente capace di realizzare, nell’arco di alcuni secoli, un vero cambiamento di paradigmi culturali – visione del mondo, modelli di comportamento, forme espressive –, acquisendo una posizione via via sempre meno marginale nello spazio pubblico e incidendo in esso in misura crescente.
Leonardo Lugaresi, patrologo, in Settimo Cielo (blog), 17 febbraio 2018.

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Senza dubbio la tutela e la conservazione della presente consistenza delle forze cattoliche nel vostro popolo è già di per sé impresa altamente meritoria. Suol dirsi però che chi si restringe a star sempre sulla difensiva, va lentamente perdendo. E in realtà l’Azione cattolica vuol essere più che la pura coesione di cattolici fedeli. Il suo scopo ultimo è di riguadagnare il perduto e di avanzare a nuove conquiste. Voi perciò non dovete acquietarvi finché quei ceti degli uomini colti e quella parte dei lavoratori, che per infelici contingenze si sono allontanati da Cristo e dalla Chiesa, non abbiano trovato la via del ritorno. [...] Non chiudetevi dunque in voi stessi, ma spingetevi innanzi nelle file aliene, per aprire gli occhi degl’ingannati e degl’illusi alle ricchezze della fede cattolica. Talvolta soltanto malintesi, più spesso ancora una completa ignoranza, li dividono da voi. Non pochi di loro attendono forse un cuore amante da parte vostra, un’aperta spiegazione, una parola liberatrice. Nell’arte di guadagnare gli uomini voi potete apprendere qualche cosa anche dai vostri avversari. Meglio ancora: imparate dai cristiani dei primi secoli! Soltanto così, con una sempre nuova azione e penetrazione nel mondo pagano, la Chiesa da umili inizi poté crescere e progredire, spesso fra indicibili travagli e martìrii, altre volte attraverso decenni di maggiore o minore tranquillità e di più o meno largo respiro, finché dopo tre secoli il potente Impero si vide costretto a confessarsi vinto e a concludere con la Chiesa la pace.
Pio XII (1939-1958), Discorso agli Uomini di Azione Cattolica, 7 settembre 1947.

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[…] in determinate circostanze, è possibile non avere troppe obiezioni di fronte a un’organizzazione autoritaria […]. Non vi è nulla di sbagliato in questo: in determinate circostanze è una necessità per il funzionamento di una società che si trovi in condizioni culturali primitive. Ma la cosa è molto diversa se il leader autoritario è al contempo un ideologo e compie omicidi di massa nel caso in cui il popolo opponga resistenza di fronte ai suoi progetti più bizzarri. Questa è una cosa completamente diversa. Quindi non sarebbe corretto, dal punto di vista della giustizia, obiettare immediatamente se, in determinate circostanze, vi fosse una sorta di leader autoritario […]. Il presupposto, tuttavia, è che il leader autoritario non sia un nazista o un comunista o un ideologo di altro tipo ma una persona che viva secondo una concezione di stampo classico e cristiano.
Eric Voegelin (1901-1985), Hitler e i tedeschi, 2005.

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Il sogno di un’utopia infatti, cioè il sogno di raggiungere una società perfetta organizzando gli uomini secondo un progetto prestabilito invece che formandoli attraverso un processo educativo, è un affare serio: è qualcosa di simile alla stregoneria in campo politico.
Eric Voegelin (1901-1985), Ordine e storia. La filosofia politica di Platone, 1986.

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I capi non s’improvvisano, soprattutto in epoca di crisi. Trascurare il compito di preparare nei tempi lunghi e con severità d’impegno gli uomini che dovranno risolverla, significa abbandonare alla deriva il corso delle vicende storiche.
Giovanni Paolo II (1978-2005), Discorso alla famiglia dell’Istituto Borromeo, 3 novembre 1984.

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[…] servono itinerari pedagogici che rendano idonei i fedeli laici ad impegnare la fede nelle realtà temporali. Tali percorsi, basati su seri tirocini di vita ecclesiale, in particolare sullo studio della dottrina sociale, devono essere in grado di fornire loro non soltanto dottrina e stimoli, ma anche adeguate linee di spiritualità che animino l'impegno vissuto come autentica via di santità.
Giovanni Paolo II (1978-2005), Ecclesia in Europa. Esortazione apostolica post-sinodale su Gesù Cristo, vivente nella sua Chiesa, sorgente di speranza per l’Europa, 2003.

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Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’imperium romano e smisero d’identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto pienamente di ciò che stavano facendo) fu la costruzione di nuove formule di comunità entro cui la vita potesse essere sostenuta, in modo che sia la civiltà sia la morale avessero la possibilità di sopravvivere all’epoca incipiente di barbarie e di oscurità. […] da qualche tempo anche noi abbiamo raggiunto questo punto di svolta. Ciò che conta, in questa fase, è la costruzione di forme locali di comunità al cui interno la civiltà e la vita morale e intellettuale possano essere conservate attraverso i nuovi secoli oscuri che già incombono su di noi. E se la tradizione delle virtù è stata in grado di sopravvivere agli orrori dell’ultima età oscura, non siamo del tutto privi di fondamenti per la speranza. Questa volta, però, i barbari non aspettano al di là delle frontiere: ci hanno governato per parecchio tempo. Ed è la nostra inconsapevolezza di questo fatto a costituire parte delle nostre difficoltà. Stiamo aspettando non Godot, ma un altro San Benedetto, senza dubbio molto diverso.
Alasdair MacIntyre (1929-vivente), Dopo la virtù. Saggio di teoria morale,1988.

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Senza dubbio non si ricostituirà presto una civiltà cristiana, ma si possono costituire delle isole o dei fortini, come amava ricordare il compianto padre Roger-Thomas Calmel O.P. (1914-1975). Propongo sull’argomento alcuni fatti concreti che siano capaci d’illuminare la nostra riflessione.
Quando i primi monaci hanno fondato i loro monasteri nei paesi selvaggi dell’Europa, ciò che più tardi darà vita alla civiltà, essi hanno fatto tre cose: hanno coltivato la terra (un lavoro senza frode); hanno formato delle comunità fraterne, d’ispirazione familiare (in accordo con l’ordine naturale); hanno fatto salire il loro canto di lode a Dio, giorno e notte (ciò che li manteneva in contatto permanente con il loro fine soprannaturale). Il lavoro, la vita di famiglia, il canto liturgico: come si vede, si tratta di cose semplici e concrete, accordate alle aspirazioni naturali dello spirito umano. Allora “ha preso”, come si dice quando il fuoco si accende.
Vi è un inizio di cristianità ogni volta che qualcosa di santo e di rettificato esce dalla terra. Non si fabbricano dei valori di cristianità come non si fabbrica il grano che cresce; lo si coltiva, certo, lo si protegge, ma occorre anzitutto della buona terra e quel permesso divino composto da un accordo provvidenziale fra l’acqua, il sole e il lavoro degli uomini. Il radicamento benedettino ha dato vita all’Europa cristiana grazie a un’unione di fatti miracolosi che la storia registra sotto il nome di cause, ma che è in primo luogo un effetto interamente gratuito della grazia divina.
Questo accordo gratuito, indissolubile, fra la natura e la grazia, costituisce un primo principio. Lo spirito di cristianità eviterà di conseguenza ogni rivestimento, ogni difetto di esecuzione. Manifestare delle abitudini di pietà a detrimento delle virtù naturali, impostare una mistica senza ascesi, inventare dei gesti liturgici contrari alle leggi del sacro, comporre delle parole pie su dei cattivi cantici, pretendere d’incidere dei segni eterni su una materia friabile, sono degli imbrogli che presto o tardi finiranno per rivoltarsi contro l’uomo. Più che una mancanza di gusto, è una specie di menzogna, una grande disgrazia per le anime e per la civiltà.
Mille anni di cristianità mettono in discussione questa miserabile concezione della vita e testimoniano a favore di un’attenzione profonda, di un’immensa serietà nei confronti dell’ordine temporale. Il gusto della perfezione, la tenera sollecitudine con la quale si circondano le cose del tempo, sono sempre un segno di civiltà.
Gli hippy cercano l’evasione; i mistici cristiani piantano e costruiscono. Quando Dio ha deciso nel secolo XV di salvare il destino politico di una nazione cristiana, ha scelto una vergine e si è preso cura di farla istruire tramite la lunga mano di un arcangelo e di due santi del Paradiso. Ecco qualcosa che ci dovrebbe illuminare sull’eminente dignità dell’ordine temporale.
Quest’alleanza dello spirituale e del temporale, quest’articolazione dell’uno sull’altro, lo ritroviamo nella Regola di san Benedetto. La Regola, è vero, s’indirizza ai cercatori di Dio, alla ricerca di assoluto, ma lungi dallo spingerli a evadere dalla loro condizione di creature, essa si fonda anzitutto sulle semplici virtù naturali: la pietà filiale, la lealtà, la pazienza, l’ospitalità, l’amore del lavoro ben fatto, la vita in comunità con il suo corteo di esigenze, soprattutto l’umiltà e il mutuo supporto. È tutta un’educazione dell’uomo, preoccupato di ristabilire l’unità fra l’anima e il suo comportamento esteriore. Senza di essa non avremmo nemmeno l’idea di costruire con decenza una chiesa abbaziale, la cui architettura, nella purezza delle sue forme, sia come quella dei nostri antenati: un’immagine dell’anima e una predicazione silenziosa del mistero di Dio.
Dom Gerard Calvet OSB (1927-2008), Lettre aux Amis du Monastère, 18 febbraio 1985.

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Oggi più che mai, lo si comprenda bene, la società ha bisogno di dottrine forti e conseguenti con sé stesse. In mezzo alla dissoluzione generale delle idee, l’affermazione sola, l’affermazione ferma, nutrita, senza mescolanze, potrà farsi accettare. Le transazioni diventano sempre più sterili e ciascuna strappa un lembo della verità. Come nei primi tempi del cristianesimo è necessario che i cristiani rompano tutti i rispetti con l’unità dei loro principi e dei loro giudizi. Non hanno nulla da imitare in questo caos di negazioni e di tentativi d’ogni genere che attesta in modo così evidente l’impotenza della società presente. Questa società vive ormai soltanto dei rari brandelli dell’antica civiltà cristiana che le rivoluzioni non hanno ancora portato via e che la misericordia di Dio ha preservati sino a questo punto dal naufragio.

Vi è una grazia collegata alla confessione piena e intera della verità. Questa confessione è la salvezza di quelli che la fanno, e l’esperienza dimostra che è anche la salvezza di coloro che la intendono.
Dom Prosper Guéranger (1805-1875)

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Il futuro [...], secondo me, sarà nelle mani di piccole comunità creative che, dal basso, recupereranno l’intero quadro della Dottrina sociale della Chiesa, per convinzione e con nuovo spirito di militanza, [...]. Possono essere comunità di famiglie, gruppi parrocchiali, amici [...] che resistano alla tendenza di adeguarsi allo spirito del mondo, proprio per servirlo pienamente.
Mons. Giampaolo Crepaldi (1947-vivente), La Chiesa e la pastorale sociale di domani. Inaugurazione del terzo anno della Scuola diocesana di Dottrina Sociale della Chiesa, Trieste 4 marzo 2017.

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Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. […] Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri e il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini.
Joseph Ratzinger (1927-vivente), L'Europa di Benedetto. Nella crisi delle culture, 2005.

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